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Congressi dal vivo oppure on line: esperienze “equivalenti”?

Tech no tech, Equivalenza| A cura della Redazione

Sono 100.000 ogni anno, si svolgono in ogni parte del mondo e c’è chi, periodicamente, ne mette in discussione l’utilità. Sono i congressi medici, il cui format è pressoché rimasto invariato nel corso degli ultimi cento anni.

Il sasso nello stagno lo ha lanciato – come spesso accade – The BMJ, pubblicando una discussione “testa a testa” dal titolo volutamente provocatorio: Are international medical conferences an outdated luxury the planet can’t afford? Sì, sono un lusso che il pianeta non può più concedersi, sosteneva Malcolm Green, cattedratico emerito dell’Imperial College. Assolutamente no, rispondeva James Owen Drife, docente di Ostetricia e ginecologia del Leeds General Infirmary. Diverse rapid responses all’uno e all’altro articolo aiutavano il lettore a farsi un’idea dei pro e dei contro ma, probabilmente, non consentivano di giungere ad una risposta definitiva. Due anni fa, un contributo molto convincente portava di nuovo all’attenzione del medico l’interrogativo sull’effettiva utilità di questi eventi. Ospitava l’articolo la rivista ufficiale dei medici statunitensi, il JAMA, e la firma era davvero prestigiosa: quella di John Ioannidis: Are Medical Conferences Useful? And for Whom?

In teoria, i congressi hanno lo scopo di disseminare i risultati della ricerca clinica, formare ed educare il medico, definire modelli organizzativi e percorsi diagnosticoterapeutici basati sulle prove. Ma dov’è la dimostrazione che tutto ciò avvenga e che il format educazionale del congresso tradizionale sia efficace?

Invece, sappiamo con certezza che:
• i costi legati all’organizzazione di questi eventi sono molto elevati ed è alto anche l’impatto ambientale: in termini di carburante, un congresso di medie dimensioni consuma, in virtù degli spostamenti aerei dei partecipanti, circa 10.000 tonnellate di carbone;
• molto spesso, gli abstract che vengono presentati non sono sottoposti a un serio iter di peer-review e presentano spesso dati preliminari e poco accurati;
• le risorse spese per l’organizzazione di questi congressi potrebbero essere investite in maniera più efficace nella realizzazione di progetti basati su modelli educativi centrati interamente sulla condivisione online.

Dalla lettura di un dossier pubblicato sulla rivista Aboutpharma sembrerebbe di capire che il primo ad accusare segni di stanchezza sia proprio il medico, e si inseguono soluzioni facendo per lo più affidamento sulla tecnologia:
• quattro o cinque schermi sul palco (invece di uno);
• sistemi wireless per potersi collegare in tempo reale (in altre parole: dare la possibilità ai partecipanti di stare su Facebook o di scambiare e-mail mentre stanno seduti in platea)
• sessioni Meet the expert;
• webinar e simposi multimediali.

Ma, venendo al titolo dell’articolo, quali sono le differenze tra l’esperienza di un medico che partecipa fisicamente a un congresso di medicina e quella del medico che preferisce seguirlo online? E, soprattutto, cosa si aspetta il primo? Quali sono le prerogative del secondo? Possono essere considerate esperienze equivalenti? Stando a quello che riassume Len Starnes nel suo intervento The medical conference is dead, long live the medical conference, saremmo tentati a rispondere “no”.

È indubbiamente vero che grazie ad un social media come Twitter possiamo seguire da casa i congressi che ci interessano (e anche quelli che ci interessano un po’ meno, per i quali magari non ci saremmo comunque spostati dalla poltrona).

Ed è indiscutibile che quello che poteva essere un vantaggio esclusivo del congresso dal vivo, cioè la possibilità di allargare il proprio network di conoscenze, è un obiettivo ancora più facilmente raggiungibile con i social media. Perché, diciamo la verità, tutta questa facilità a fare conoscenza con dei colleghi durante un congresso è un po’ un luogo comune e come ci racconta Deep Ramachandran: “Quanto spesso vi capita di attaccare bottone con la persona che è seduta accanto a voi a un congresso scientifico? Non credo vi capiti spesso. Invece su Twitter chiederò ai miei compagni di tweet (la maggior parte delle volte persone che non ho mai visto prima) di venire con me a prendersi una birra. O forse due. È come se fosse un network potenziato. Queste connessioni portano a discutere di assistenza ai pazienti, opportunità di business e ricerca. Il duro lavoro del medico.”

E se, come dice Lisa Fields (@ practicalwisdom) , “The sounds of the keyboard is the new sound of applause”, andiamo a vedere, aiutati da Symplur, cosa è successo all’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology, a giugno.

Proprio a commento del numero dei tweet durante l’ASCO 2014, Kevin Pho – conosciuto negli Stati Uniti, e non solo, per il suo blog (KevinMD) e noto promotore dell’uso professionale dei social media da parte dei medici – ha fatto scalpore per il suo attacco all’uso dei tweet ai congressi. Queste, in breve, le sue argomentazioni:

  1. è arduo sintetizzare in 140 caratteri quello che sta dicendo uno speaker. Il più delle volte ciò costringe chi twitta a usare abbreviazioni sconosciute che rendono ancora più difficile la comprensione del suo commento, che sarà intellegibile solo a lui.
  2. siamo sicuri che scrivere 15/20 tweet all’ora possa garantire la giusta attenzione a quello che lo speaker sta dicendo?
  3. non sopravvalutiamo il valore delle “impression” dei tweet: che un tweet sia stato visualizzato, ritwittato e “stellinato” non vuol dire per forza che sia stato letto e capito, quindi le impression non sono un indicatore valido per misurare l’engagement del pubblico.

Per poi concludere con un polemico: “La maggior parte delle volte risolvo il problema smettendo di seguire temporaneamente chi sta twittando da un congresso.”

Sono molti di più, per fortuna, quelli che la pensano diversamente, come Sarah Chapman , che si occupa di disseminare le evidenze dello UK Cochrane Centre proprio attraverso i social media e per la quale “Il live tweeting riesce trasmettere l’atmosfera creata da una controversia o da una presentazione interessante, cosa che si perde nel tempo impiegato a guardare le slide caricate su internet”. Inesorabilmente però, l’attività su Twitter legata al congresso diminuisce con la fine dei lavori. Un po’ come accade una volta tornati a casa da un evento. Ma nel mondo dei congressi di medicina, c’è un avvenimento che sovverte qualsiasi regola soprattutto quando di parla di social media. Si tratta di Medicine X, il congresso organizzato da Stanford Medicine, catalizzatore delle nuove idee e delle tecnologie emergenti nel campo della medicina e dell’assistenza sanitaria. Qual è il loro trucco? Come fanno a mantenere un tasso di partecipazione così alto anche a mesi di distanza dal convegno (che si svolge a settembre)?

Il trucco è presto svelato: basta guardare la parola che ricorre di più nelle conversazioni post-congresso. Quella parola è patient. Quella di Stanford è la conferenza più patient-centric che possa essere organizzata: pazienti non solo nel pubblico, ma anche sul palco, e pazienti nell’organizzazione del congresso stesso. Questa presenza massiccia di “persone” si traduce automaticamente in storie da raccontare.

E le storie, si sa, sono molto potenti.

L’hashtag perfetto
Chi l’avrebbe mai detto che il simbolo di condivisione per eccellenza sarebbe diventato proprio quello di un “cancello”, anche se piccolo? Quando in un social network mettiamo il famoso “#” davanti a una parola stiamo facendo due cose fondamentali: cataloghiamo (cioè rendiamo ricercabile qualcosa, come quando salviamo un file con un nome nel nostro computer) e condividiamo (tutti coloro che saranno interessati all’argomento potranno rintracciare tutto ciò che è stato detto riguardo all’argomento attraverso quella parola). Imprescindibile su Twitter, ci sono però alcune regole da seguire se vogliamo creare un hashtag utile e facilmente adottabile, sempre che non ci abbia pensato già l’ufficio stampa preposto all’evento o alla notizia (come è nella maggior parte dei casi).

Se ci troviamo a un congresso, informiamoci quindi prima su quale sia l’hashtag ufficiale. Se nessuno ci avesse pensato (cosa ormai rara, a meno che non vi troviate alla vostra riunione di condominio), potremmo provare l’ebbrezza di crearne uno noi. E un hashtag per essere “perfetto” deve essere:
1. Univoco: per prima cosa, verificate che non esista già e che, quindi, non sia stato già utilizzato per altri scopi (eventi, notizie, ecc.).
2. Corto. Perché in tutto i caratteri di un tweet sono 140 e quelli dell’hashtag sono praticamente caratteri a perdere. Un modo per accorciarlo è quello di usare acronimi, e inserire le ultime due cifre dell’anno dell’evento in corso. Ad esempio, il Breast Cancer Symposium del 2014 diventerà inevitabilmente “#BCS14”.
3. Indimenticabile: nel senso, facile da ricordare ma anche da pronunciare. Il Salone del libro di Torino ha deciso di utilizzare un hashtag che risponde a questo criterio utilizzando l’hashtag “#SalTo14”.
4. Facile da digitare: evitiamo di inserire cifre all’interno dell’hashtag, a meno che non siano quelle finali (come nell’esempio precedente) o qualsiasi carattere che preveda un cambiamento di tastiera (trattini o caratteri speciali). Se dobbiamo contrarre il nome dell’evento, attenzione a non contrarre troppo creando un hashtag impronunciabile e difficile anche solo da digitare.
5. Unico. Sceglietene uno e usatelo per tutti i social network.
6. Al posto giusto. Anche se l’hashtag può essere inserito in qualsiasi punto del tweet (all’inizio, nel mezzo, alla fine), la cosa migliore è che sia contestualizzato: in questo modo risparmiamo anche caratteri (Another fantastic year for #thebmjawards see a breakdown of the events here…”).

E se volete contribuire a un progetto ambizioso, andatevi a guardare l’Healthcare hashtag dell’agenzia americana Symplur: sono chiamati a partecipare tutti gli utenti Twitter che possono registrare gli hashtag a loro parere piÙ importanti per determinate patologie o trattamenti farmacologici. L’indicizzazione degli hashtag farà in modo che, in futuro, chiunque avesse bisogno di cercare online informazioni aggregate e affidabili su una determinata patologia possa farlo attraverso Symplur. Pensiamo all’utilità di un progetto del genere per le aziende farmaceutiche (per monitorare le conversazioni sulle patologie di loro interesse) o per qualunque medico che voglia avere una panoramica sulle discussioni relative a un determinato argomento. 5. Unico. Sceglietene uno e usatelo per tutti i social network. 6. Al posto giusto. Anche se l’hashtag può essere inserito in qualsiasi punto del tweet (all’inizio, nel mezzo, alla fine), la cosa migliore è che sia contestualizzato: in questo modo risparmiamo anche caratteri (Another fantastic year for #thebmjawards see a breakdown of the events here…”). E se volete contribuire a un progetto ambizioso, andatevi a guardare l’Healthcare hashtag dell’agenzia americana Symplur: sono chiamati a partecipare tutti gli utenti Twitter che possono registrare gli hashtag a loro parere piÙ importanti per determinate patologie o trattamenti farmacologici. L’indicizzazione degli hashtag farà in modo che, in futuro, chiunque avesse bisogno di cercare online informazioni aggregate e affidabili su una determinata patologia possa farlo attraverso Symplur. Pensiamo all’utilità di un progetto del genere per le aziende farmaceutiche (per monitorare le conversazioni sulle patologie di loro interesse) o per qualunque medico che voglia avere una panoramica sulle discussioni relative a un determinato argomento.

Last modified: 3 luglio 2017