relazione medico-paziente

La giusta distanza nella relazione medico-paziente

Distanza| Articolo di Eugenio Santoro

“Anche i medici professionisti dovrebbero iniziare a comunicare con i pazienti usando i social media. Avere una buona presenza sui social media vi porterà nuovi pazienti. Vi renderà più semplice cercarli e nello stesso tempo essere trovati.”

Ovviamente non è il mio pensiero, ma alcune delle frasi estrapolate dal sito web di un’agenzia di comunicazione che invita i medici italiani a dotarsi di strumenti di social media per comunicare con i pazienti e per promuovere la propria attività professionale. Come se la professione medica potesse essere equiparata a quella di un qualunque altro professionista, artigiano, o imprenditore che abbia bisogno di cercare in rete nuovi potenziali clienti.

Ma quale deve essere la giusta distanza nella relazione medico-paziente? È giusto che la comunicazione possa avvenire tramite i social media? Secondo quali regole? E la posta elettronica, come deve essere usata in questo contesto? Più in generale, come rapportarsi ad un paziente non solo più informato ma anche più esigente e presente nel quotidiano del medico? Queste sono alcune delle domande che in questi anni, grazie ai cambiamenti introdotti dalla tecnologia nel ridurre le distanze tra medico e assistito e nel favorire un maggiore “empowerment” da parte di quest’ultimo, società scientifiche, ordini professionali e associazioni di pazienti hanno iniziato a porsi.

Diverse società scientifiche internazionali (tra le quali American Medical Association, British Medical Association, Canadian Medical Association) hanno sviluppato alcune linee guida che sconsigliano nei fatti ai propri associati di usare questi strumenti come canali di comunicazione con i propri assistiti e ancora meno con pazienti non appartenenti alla propria abituale cerchia assistenziale.

Per esempio, tali raccomandazioni suggeriscono ai medici che volessero usare Facebook di aprire due account distinti, da usare rispettivamente per fini personali e professionali, avendo bene definito chi può accedere ai corrispondenti profili.

Inoltre, suggeriscono che il profilo professionale non debba ospitare dati sensibili (incluse le immagini) riconducibili in qualche maniera ai pazienti, ma solo informazioni generali riguardanti la salute, la pratica clinica, l’informazione scientifica e i link ad altri siti web, rimandando la discussione tra colleghi ai social network professionali e alle online communities frequentate dai medici. Ricordando che questi strumenti non garantiscono la confidenzialità della conversazione, tali linee guida sconsigliano di rispondere ai pazienti su specifiche questioni sanitarie personali e suggeriscono di adottare adeguatamente gli strumenti messi a disposizione dalle varie piattaforme social per proteggere i contenuti.

D’altra parte esistono studi che dimostrano come siano gli stessi medici a temere per primi una loro presenza sui social. Temono infatti che la loro privacy (e quella dei pazienti) possa essere messa in discussione, così come la fiducia nei loro confronti se un paziente avesse la possibilità di accedere a informazioni potenzialmente compromettenti.

Ma soprattutto i medici temono i possibili rischi a cui i pazienti potrebbero essere esposti leggendo eventuali consigli medici, suggerimenti, raccomandazioni o semplicemente idee “postate” in contesti non necessariamente riferiti all’ambito assistenziale¹.

Brilla in questo contesto l’assenza di linee guida nazionali per regolare l’uso dei social media da parte dei medici italiani. Il recente Codice di Deontologia Medica elaborato dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri – FNOMCeo- non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di una possibile comunicazione tra medico e paziente attraverso i social media. Più avanti in questa materia è senza dubbio la Federazione Nazionale Collegi Infermieri (IPASVI) che alla fine del 2013 ha pubblicato delle linee guida centrate sul rispetto della privacy e della riservatezza online propria e dell’assistito, sul mantenimento dei confini professionali (specialmente nella scelta di accettare amicizie su Facebook da parte di assistiti o loro famigliari) e sulla necessità di evitare comportamenti contrari alla deontologia professionale. Meno controverso è invece il dibattito relativo all’impiego della posta elettronica per lo scambio di informazioni nella relazione medico-paziente, supportato da diversi studi e revisioni sistematiche condotti per misurarne l’efficacia (2-5). Tali studi suggeriscono che la posta elettronica può essere uno strumento prezioso nella gestione del followup dopo una visita convenzionale, nel self-management di un disturbo, nel garantire il mantenimento di un rapporto proficuo tra malato e curante nella continuità dell’assistenza, nel fornire link e materiali di approfondimento su specifiche tematiche che lo riguardano, e per gestire la routine medica (fissare appuntamenti, gestire le situazioni non di emergenza, inviare ai pazienti dei richiami per le vaccinazioni).

D’altra parte, però, non esistono evidenze chiare sul fatto che l’uso di tale strumento aumenti la comprensione del problema sanitario da parte del malato, o che migliori lo stato di salute o i comportamenti messi in atto dal paziente per migliorare il proprio benessere. Alcune ricerche mettono inoltre in risalto l’aumento del carico di lavoro sia per il medico che per i pazienti. Ma al di là dei possibili effetti la domanda che occorre porsi è se è lecito, e in quali condizioni, usare la posta elettronica nella relazione medico-paziente, soprattutto quando è utilizzata per veicolare informazioni sensibili.

Esistono delle linee guida a riguardo pubblicate più di 15 anni fa dall’American Medical Association (che regolano la relazione medico-paziente “conosciuto” e disincentivano la relazione medico-paziente “non conosciuto”) che suggeriscono ai medici alcune semplici operazioni come generare automaticamente una risposta al messaggio del paziente, stabilire un tempo massimo per rispondere ai messaggi, identificare un formato standard di messaggio per rendere più agevole la comunicazione, stampare i messaggi con le relative conferme di ricezione allegandoli alla cartella clinica, ottenere preventivamente un consenso informato dal paziente. Dal punto di vista tecnico suggeriscono inoltre di usare sistemi di cifratura dei messaggi (per consentire che questi possano essere decodificati e letti solo dal reale destinatario) e sistemi di backup dei dati per evitare perdite di dati e conversazioni importanti .

Simili linee guida erano state adottate anche dal Codice di Deontologia Medica della FNOMCeo del 2006 (il più recente dopo quello pubblicato lo scorso anno) ma, forse per uno scarso uso dei sistemi di cifratura dei messaggi da parte dei medici italiani (e dei loro pazienti), forse per una scarsa cultura della protezione dei dati, forse per ridimensionare l’uso della tecnologia (e quindi la sua regolamentazione) nella relazione medico-paziente, nella nuova versione del Codice non hanno trovato più posto.

Forse è vero che i sistemi di posta elettronica non sono adatti alla comunicazione di informazioni sensibili ma, certamente, possano essere usati per gestire la routine del medico. Per tutte le altre attività che richiedono la comunicazione di dati sensibili, meglio pensare a piattaforme sul web che gestiscono la comunicazione in ambienti protetti e sicuri e che integrano gli oggetti della comunicazione con i sistemi per la gestione della cartella clinica informatizzata.

Soluzione questa che tra l’altro eviterebbe al medico di ricevere per posta elettronica esami clinici, referti e altre informazioni sensibili inviati “in chiaro” dal paziente, e che gli permetterebbe di risparmiare possibili implicazioni legali sul suo operato.

Le distanze tra medico e paziente tendono a ridursi anche quando la tecnologia è usata non per fini comunicativi, ma come strumento per reperire informazioni. La rete offre ormai ai pazienti e ai loro famigliari numerose possibilità di aggiornamento, approfondimento e accrescimento culturale. Essi ormai accedono sempre più frequentemente alle fonti usate dai medici e dagli operatori sanitari (da Medline alle riviste mediche, dai siti delle principali organizzazioni sanitarie a quelli delle società scientifiche) e si presentano alle visite mediche sempre più informati e sempre più esigenti.

Nei casi più fortunati le distanze tendono ad assottigliarsi, mentre in quelli meno fortunati tendono ad allargarsi, amplificate da una scorretta interpretazione di quanto letto o, peggio ancora, dall’accesso a informazioni palesemente errate.

Per gestire questo rapporto e favorire al tempo stesso un maggiore empowerment del paziente si potrebbero prescrivere informazioni (o applicazioni per smartphone e tablet) e link a siti web di provata affidabilità, o condividere, anche sui profili social, notizie o pagine con contenuti medici di buona qualità.

Alla fine, è comunque la qualità della relazione medico-paziente, mediato o meno dalle tecnologie, a fare la differenza. Come dimostra una recente revisione sistematica pubblicata sul Plos One da ricercatori del Massachusetts General Hospital, un medico in grado di prestare attenzione alle emozioni dei propri pazienti, sostenendoli nella conoscenza della malattia e della terapia prescritta (indipendentemente dal mezzo scelto per farlo), ha effetti positivi sulla prognosi, almeno quanto alcune terapie farmacologiche considerate standard? Ed è su questo fronte che i medici sono sempre più spesso chiamati ad agire.

È utile che anche i medici professionisti inizino ad usare i social media? Certamente sì, ma per usarli come fonte di aggiornamento e di discussione con i propri pari?, di sicuro non per comunicare con i pazienti. È importate continuare a mantenere la “giusta distanza”.

Sullo stesso argomento leggi anche Rete e nuove tecnologie accorciano la distanza tra MMG e assistito?

BIBLIOGRAFIA

1. Moubarak G, et al. Facebook activity of residents and fellows and its impact on the doctor-patient relationship. J Med Ethics. 2011;37(2):101-4
2. Gunning E, Richards E. Should patients be able to email their general practitioner? BMJ 2014;
349:g5338
3. Atherton H, et al. Email for clinical communication between patients/caregivers and healthcare professionals.Cochrane Database Syst Rev
2012;11:CD007978
4. Atherton H, et al. Experiences of using email for general practice consultations: a qualitative study. Br J Gen Pract 2013;63:e760-7
5. Ye J, et al. E-mail in patient-provider communication: a systematic review. Patient Educ Couns
2010;80:266-73
6. Kelley JM, et al. The Influence of the Patient-Clinician Relationship on Healthcare Outcomes: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials. PLOS One, 9 aprile 2014, DOI: 10.1371/ journal.pone.0094207
7. Santoro E. Web 2.0 e social media in medicina: come social network, wiki e blog trasformano la comunicazione, l’assistenza e la formazione in sanità. Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2011.

Eugenio Santoro, Responsabile del laboratorio di informatica medica, IRCCS – Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”
eugenio.santoro@marionegri.it
www.twitter.com/eugeniosantoro

Last modified: 4 Luglio 2017