innovare

Innovare per (r)esistere

Resistenza| Articolo di Giulia Annovi

Perché innovare?

Non è possibile volgere lo sguardo al futuro, senza pensare all’innovazione. Secondo il documento “Research and innovation as sources of renewed growth” , non assisteremo né alla ripresa né alla crescita economica, se la politica non si sforzerà di creare lo spazio per innovare, con sostegni economici adeguati e programmi che si prendano in carico le sfide che la società moderna impone.

Spesso l’innovazione si limita all’introduzione di una tecnologia moderna all’interno di un processo o di un prodotto già esistente. Ma l’innovazione “di sostegno” è solo un’illusione che dura un po’, ma poi sul lungo periodo genera resistenza e un’economia stagnante. Solo “l’innovazione dirompente genera la crescita” perché crea nuovi consumatori, ha detto su Harvard Magazine Clayton Christensen, il guru dell’innovazione americana. Essa non si ferma al miglioramento costoso e aristocratico, ma introduce nuovi prodotti accompagnati da processi non convenzionali, modelli di business inediti e servizi all’avanguardia, che lasciano spazio alla creatività, alle menti più fini, alle nuove idee, e che rende anche un determinato bene accessibile alla massa. La teoria è applicabile ad altri campi dell’economia. Nel contesto della ricerca scientifica dunque, a quale innovazione stiamo assistendo?

L’innovazione è una prerogativa della scienza. Lo ha capito l’Europa che dal 2013 ha iniziato a misurare la qualità della ricerca comunitaria con il Regional Innovation Scorebord. Anche i fondi di Horizon 2020 , sebbene siano aumentati del 30% rispetto ai finanziamenti del programma 2007 – 2013, tendono comunque a favorire le proposte ad alto grado di qualità e innovazione. Infine è stata avanzata la proposta sul blog di World University Ranking di classificare le università in base alla capacità di innovare e di trasferire le tecnologie dalla ricerca alla società.

L’Italia che resiste innova

L’Unione dell’innovazione 2014” definisce l’Italia “innovatore moderato”. Il nostro Paese dimostra vivacità nel contesto europeo per ricerca e innovazione, ma conserva ancora alcune criticità che non gli consentono di raggiungere la media europea. L’analisi europea giustifica il ritardo italiano con investimenti pubblici inferiori alla media (1,7% del PIL nazionale contro il 3% fissato dall’Europa), con la partecipazione marginale alla ricerca da parte dei privati (0,013% del PIL contro lo 0,052% europeo) e con l’esigua cooperazione tra pubblico e privato.

L’Europa riconosce all’Italia un potenziale di innovazione, misurato ad esempio con le pubblicazioni di qualità che sono state prodotte. Le nostre ricerche però spesso soffrono per la mancata finalizzazione in vantaggi tecnologici e per la scarsa capacità di tradursi in brevetti (fig. 1).

Figura 1 – Indice di Innovazione Europa 2015

Il tentativo di migliorare è in atto. Terminata l’epoca dei “finanziamenti a pioggia”, il Miur con il programma Horizon 2020 Italia ha stabilito che i grandi favoriti nella ricezione dei finanziamenti saranno i gruppi di ricerca che sapranno offrire al Paese idee fresche e attività qualificate. Lo stesso dicasi nelle imprese, per le quali la Legge di Stabilità del 2015 prevede agevolazioni nel caso in cui si impegnino in attività di ricerca e sviluppo.

Secondo quanto suggerito dall’Europa “I governi devono diventare più scaltri sul come e dove investire”: quello da creare è un circolo virtuoso. I paesi che contano più brevetti e più prodotti scaturiti da una ricerca innovativa hanno livelli più elevati di spesa destinati alla ricerca, un forte PIL pro-capite e una solida base di conoscenza. Ma non è questa l’unica strada da percorrere, soprattutto se si parla di ricerca per la salute.

Cosa significa innovare per la salute?

La sfida tra innovazione, economia, politica e diritti si fa particolarmente aspra nell’ambito della salute. Qui l’innovazione va oltre la mera introduzione di nuove tecniche e strumenti.

Come ha affermato Kenneth I. Kaitin, direttore del Tufts Center for the Study of Drug Development, “la sfida principale in ambito sanitario, lanciata da responsabili politici e contribuenti, è quella di bilanciare la necessità di nuovi farmaci innovativi, con l’esigenza altrettanto urgente di portare la spesa sanitaria sotto controllo”. Ecco perché l’industria e la ricerca in ambito sanitario sono potenze capaci di modificare pratiche consolidate e mercato.

L’industria farmaceutica deve cambiare paradigma. Non può più fare affidamento sui farmaci preziosi scoperti in passato, per i quali la scadenza del brevetto sancirà ampia distribuzione a basso costo. L’aveva già previsto nel 2010 Kaitin su Pharmacological Outsourcing. La ricetta prevedeva l’introduzione di pratiche controllate per rassicurare consumatori e finanziatori, oltre a diminuire i tempi, i costi e i rischi delle terapie.

Da allora le cose non sono tanto migliorate. Nel rapporto “Profiles of New Approaches to Improving the Efficiency and Performance of Pharmaceutical Drug Development”, si registra ancora scarsa approvazione nei farmaci scaturiti dalla sperimentazione (solo l’11,3% entrano nel mercato rispetto al 16,4% di dieci anni fa). Inoltre si calcola una media di circa dieci anni per portare una molecola al paziente, con un costo medio che supera i 2,6 miliardi di dollari. Il continuo sviluppo di nuove piattaforme tecnologiche favorirà una cornucopia crescente di biotech e farmaci innovativi, ma questo non è detto che convinca contribuenti e pazienti, sui quali ricadranno il 10-25% dei costi, peraltro elevati, dei farmaci.

Per rispondere alle criticità “anche il processo di drug discovery sta cambiando” ha detto Maria Pia Abbracchio, ordinario di Farmacologia presso l’Università Statale di Milano e Presidente dell’Osservatorio della ricerca del medesimo ateneo. “Il cambiamento per il momento è globale e inizia solo ora a coinvolgere la realtà italiana”. Prima l’intero processo produttivo del farmaco, dalla sua ideazione alla sua commercializzazione, era gestito interamente all’interno della società farmaceutica.

Oggi la vera innovazione è il cambiamento del modello operativo. “Per ridurre i costi e aumentare la qualità sono coinvolte tutte le parti interessate allo sviluppo del farmaco, fin dalle prime fasi del suo sviluppo”, ha spiegato la professoressa Abbracchio. “La società farmaceutica cerca al di fuori dei suoi laboratori, soprattutto nell’accademia di eccellenza, le idee migliori da traslare in farmaci per il futuro. La collaborazione si manifesta in prima battuta nei Virtual Lab, reti di laboratori scelti dalla multinazionale del farmaco per le sperimentazioni di frontiera e i progetti più innovativi e invitati ad aprire start-up all’interno delle università, con cui condividere proprietà intellettuali e costi”.

Ma la cosa va oltre con il coinvolgimento delle associazioni dei pazienti, che all’estero hanno già sostenuto con fondi propri lo sviluppo di farmaci, collaborando fin dal principio alla progettazione del nuovo farmaco con l’accademia e le multinazionali.

Il multistakeholder approach ha già permesso lo sviluppo di nuovi farmaci, che altrimenti non sarebbero stati creati per problemi di costi o di scarsa diffusione delle patologia. “Il modello cooperativo ha successo” ha detto Abbracchio, “anche per il collective impact, cioè per la condivisione della conoscenza e per la trasparenza nei ruoli e nei processi che portano a un minor spreco di risorse e attivano sinergie positive per il raggiungimento del bersaglio comune”.

E tutto questo senza prescindere dal ritorno economico per tutti gli attori coinvolti nel processo, fonte importante di capitale per i futuri investimenti in innovazione.

Se in tale processo l’Italia è coinvolta ancora marginalmente, come fare per resistere? Occorre continuare a inventare cose orientate a soddisfare le esigenze dei pazienti, in maniera puntuale e innovativa.

Anche in Italia infatti qualcosa si sta muovendo. “Le associazioni dei pazienti sostengono la ricerca sulle malattie di loro interesse” ha spiegato la professoressa dell’Università Statale di Milano, “mentre l’attenzione verso la qualità è diventata primaria. Non manca poi un cambio di mentalità, perché la tecnologia procede a così larghi passi che non la si può rincorrere senza collaborare e condividere le proprie competenze”.

Occorre dunque resistere in questa direzione per consentire all’innovazione di fare breccia nel sistema economico nazionale. Ma è necessario anche avere il coraggio di cambiare per poter sopravvivere in un contesto in cui chi non ha la capacità di innovare rischia la mancanza di sostegno, la stagnazione e l’esclusione.

 

Giulia Annovi è datajournalist e comunicatrice scientifica. Dopo aver conseguito un PhD in Medicina Molecolare e Rigenerativa, ha ottenuto un master in giornalismo scientifico digitale presso la Sissa di Trieste. Scrive di scienza e non solo su Wired.it, Datajournalism.it, Oggi Scienza, Scienza in rete e sul blog Datastories de L’Espresso

Last modified: 4 Luglio 2017