LADY GANGA - Nilza’s story

Fine vita: solo il paziente può decidere quanto resistere

Dr Movies, Resistenza|

“Avrei dovuto fargli più domande”. La frase pronunciata da Vivian Bearing, la protagonista del film Wit – La forza della mente (2001), nasconde molti significati: vuol dire che la comunicazione medico-paziente è uno dei fattori più importanti del processo di cura, che l’esperienza di malattia cambia molte delle carte in tavola e che le domande rivolte al medico durante il colloquio iniziale sarebbero inevitabilmente diverse a terapia inoltrata. Vuol dire, infine, che una gestione condivisa del percorso terapeutico, e quindi anche di quelle che vengono chiamate decisioni di fine vita, è l’unica strada percorribile se si vuole rispettare al contempo la volontà del malato e l’etica professionale del medico.

Abbiamo chiesto a Giuseppe Renato Gristina, della Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) di inquadrare il tema delle direttive anticipate: quali sono i limiti, quale lo scenario attuale europeo, quali i modelli a cui ispirarci per una proposta di legge migliore di quella attualmente ferma al Senato.

Forse, mai come nel caso delle decisioni sul fine vita è opportuno parlare di medicina personalizzata: le differenze fra paziente e paziente, anche di tipo culturale, possono dare luogo a desideri e volontà anche diametralmente opposti. C’è chi vuole resistere e tentare sempre il tutto e per tutto e chi preferisce affidarsi alle sole cure palliative.

La soluzione è una gestione condivisa delle cure, uscendo, come sostiene Giuseppe Renato Gristina, dal falso binomio secondo il quale la medicina “fa” o “non fa”: anche il presunto “non fare” della medicina ha un valore, vuol dire “fare altro”, vuol dire cure palliative, vuol dire restituire il malato alla sua famiglia, alla sua casa, alle sue attività. Perché nessuna cura è inutile se è il paziente a sceglierla.

Last modified: 5 Luglio 2017