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Chi ha paura del risveglio di Ebola?

Risvegli| Articolo di Roberto Satolli

Ora che è finita bene (almeno per lei e per ora) lo si può dire: la ricaduta dell’infermiera britannica Pauline Kafferkey è apparsa come il peggiore degli incubi da cui risvegliarsi. Guarita da Ebola nel dicembre del 2014, era stata nuovamente ricoverata d’urgenza nell’ottobre scorso con i segni di una grave meningite.

Ebola era presente in alta concentrazione nel liquor cerebrospinale, a conferma del fatto che si trattava di un ritorno di fiamma del virus, che evidentemente non se ne era mai andato da alcuni recessi inaccessibili del corpo di Pauline. Non solo: nel pieno dell’acuzie, molte copie di Ebola si trovavano anche nel sangue, a dispetto degli anticorpi che avrebbero dovuto fare da guardia. Ed è questa circostanza (oltre alla tutela della privacy) che ha indotto i curanti a una grande cautela nel comunicare i dettagli del caso e nel dichiarare basso ma non nullo il rischio di contagio.

Che il virus potesse acquattarsi anche a lungo in alcuni organi era sospettabile, come per esempio nei testicoli, che come il cervello e l’occhio sono chiamati dagli esperti “santuari immunologici”, perché protetti da barriere nelle quali le difese dell’organismo, come anticorpi e cellule bianche del sangue, non entrano. Nessuno poteva però immaginare che da lì potesse sferrare nuovi attacchi al resto dell’organismo, uscendo dai santuari e sfidando il sistema immunitario in campo aperto.

La lunga persistenza del virus nello sperma è un elemento di preoccupazione per la possibilità di una trasmissione sessuale, che in effetti è già stata documentata in qualche caso sporadico. Sono diverse migliaia i maschi guariti in piena attività sessuale, cui al momento delle dimissioni sono state consegnate confezioni di preservativi, con la raccomandazione di evitare qualsiasi rapporto non protetto, per quello che simili consigli valgono nel contesto specifico.

L’unico altro caso noto di riattivazione del virus dopo la completa guarigione dell’ospite riguarda il medico americano Ian Crozier, che dopo due mesi dalla guarigione da Ebola si è ritrovato con un occhio (altro noto “santuario”) gravemente infiammato che è risultato nuovamente pieno di virus. Nel suo caso fortunatamente il virus non era passato nel sangue e tutto si è risolto senza danni permanenti.

Tirato un respiro di sollievo anche per Pauline, che dopo aver visto in faccia la morte è riuscita a riprendersi, si deve ora fare i conti con quello che queste nuove sorprese significano per il futuro, traendone alcune conseguenze. Stando attenti a non scatenare nuovi episodi di “Ebolanoia” o di stigma e xenofobia, che possono solo nuocere a tutti.

Ora sappiamo che alcuni degli oltre 17 mila sopravvissuti a Ebola sono portatori sani del virus, in uno o più organi “privilegiati”. La cosa è grave soprattutto per loro, che possono essere vittime di una recidiva, ma anche per tutti gli altri. Questo significa che l’epidemia del 2014 ha lasciato in eredità in Africa occidentale un serbatoio umano di Ebola, mentre il virus sinora, tra un focolaio e l’altro, si era mantenuto solo in serbatoi di animali selvatici, come i pipistrelli della frutta o alcune antilopi. In pratica, per la prima volta nella storia, il virus Ebola è diventato endemico in una vasta area del contenente africano.

Per questo motivo, quando la Sierra Leone prima e la Guinea poi hanno annunciato la fine dell’epidemia lo scorso novembre, non è stato utilizzato il termine “ebola free”, come si era fatto per la Liberia in maggio 2015, ma più prudentemente si è detto solo che si era interrotta la “catena della trasmissione”.

Interrotta, ma pronta subito a riprendere, come è già successo più volte, anche recentemente, in Liberia e in Sierra Leone. Per ora con casi sporadici o piccoli cluster, che non provocano nuovi focolai, ma questo probabilmente solo perché è ancora in piedi una sorveglianza attiva e un pronto isolamento dei malati e di tracciatura dei contatti.

I sistemi sanitari dell’Africa occidentale, già disastrosi prima dell’epidemia e poi decimati dalla stessa, si trovano così a dover far fronte anche a questo nuovo carico permanente, che si aggiunge a quelli mai risolti di flagelli come la malaria, la tubercolosi o in generale la mortalità infantile e quella femminile da parto. Con pochissimi medici e pochi infermieri, e con risorse economiche tra le più scarse al mondo.

Per la verità le istituzioni e le charities internazionali, a partire dalla Banca mondiale, hanno promesso di finanziare la ricostruzione dei tre paesi con miliardi di dollari e di euro, almeno sulla carta.

Si tratta ora di vedere se i soldi verranno utilizzati come nel recente passato, per finanziare uno sviluppo neocoloniale disarmonico, centrato sullo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie e forestali. Per esempio, la costruzione di una rete stradale, che ha ridotto le distanze e i tempi, e risulta percorribile anche durante la stagione delle piogge, in assenza di altri sviluppi paralleli, ha anche reso possibile per la prima volta nella storia una vera epidemia di Ebola. Mentre nei passati focolai dell’Africa centrale il virus restava sempre confinato in uno o pochi villaggi sperduti, nel 2014 è balzato in dieci giorni dalla foresta di Gueckedou sino a Conakry, capitale della Guinea, una città di due milioni di abitanti. E da lì poi ha facilmente attraversato i confini di paesi sanitariamente disarmati colme la Sierra leone e la Liberia.

Il danno non è derivato tanto dall’aver costruito le strade (e le reti di telecomunicazioni mobili, che hanno contribuito a facilitare gli assembramenti pericolosi, come i funerali tradizionali) ma dall’aver trascurato di affrontare contemporaneamente anche i bisogni essenziali della popolazione, comprese le infrastrutture capaci di modificare alla radice le condizioni igieniche e di salute: fogne, acqua potabile, case abitabili. E subito dopo procedere anche a stabilizzare altre reti, come energia elettrica o anagrafe: meno basilari, ma comunque indispensabili per qualsiasi strategia di sviluppo umano.

Per quanto riguarda gli interventi strettamente sanitari, i tre paesi hanno bisogno di essere aiutati a mettere in piedi un sistema costituito da pochi ospedali (non servono troppi posti letto per pochi milioni di abitanti) e da una fitta rete di presidi sparsi nel territorio, per i quali mancano oggi soprattutto i professionisti locali, che occorre formare (ed essere capaci poi di trattenere in loco) con un processo che può essere programmato e svolto solo sulla scala di molti anni. Nel frattempo gli aiuti devono continuare a venire dall’occidente, anche in termini di medici, infermieri e altre figure tecniche, che dovranno occuparsi non solo di Ebola, ma soprattutto delle altre maggiori cause di malattia e morte.

Intanto, per mettere davvero un punto definitivo a questa epidemia, ed evitare che la presenza del virus si stabilizzi indefinitamente, bisognerebbe fare ancora un ultimo sforzo, sfruttando tutto quello che si è imparato, al caro prezzo di oltre 11 mila morti.

Purtroppo si è persa l’occasione di studiare in corso di epidemia una possibile cura specifica contro il virus, ed è questo forse il fallimento più grave di tutti quelli di cui, con grande onestà, l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto una parte di responsabilità, insieme alle altre organizzazioni, governative e non, che sono intervenute in Africa.

L’unica nota positiva sul fronte della ricerca è la disponibilità di un vaccino, di cui esistono diverse forme industriali, per una delle quali sono stati pubblicati su Lancet non solo dati di sicurezza, ma anche di efficacia nell’uomo (oltre che sui primati), che sarebbero sufficienti a giustificarne l’uso in condizioni di necessità .

I detentori dei brevetti tentennano a richiedere l’approvazione finale da parte delle agenzie regolatorie americane ed europee (FDA ed EMA), incerti su quale sia la strategia migliore.

Le autorità sanitarie però, OMS in testa, non dovrebbero esitare oltre a mettere in campo l’unica arma disponibile per interrompere definitivamente la trasmissione di Ebola nella popolazione locale: la vaccinazione di massa.

Le risorse per pagare quest’ultimo sforzo ci dovrebbero essere, visti i miliardi stanziati per gli aiuti. E ci dovrebbe anche essere, dopo le amare lezioni apprese, la convinzione che gli interventi devono essere decisi soprattutto in ragione della salute pubblica, locale e globale, a volte anche a prescindere se non in contrasto con gli interessi commerciali immediati.

Roberto Satolli,Roberto Satolli è medico e giornalista, fondatore di Zadig. Con Gino Strada, fondatore di Emergency, è autore del libro “Zona Rossa”, edito da Feltrinelli, in cui si racconta l’esperienza dell’epidemia di Ebola in Sierra Leone nel 2014.

Last modified: 5 Luglio 2017