notti di guardia

Un’idea di vittoria

Risvegli| Articolo di Giuseppe Naretto

Scesi in pronto soccorso masticando l’ultimo boccone di pizza che avevo mangiato fredda, perché dal momento del mio arrivo in reparto ogni volta che mi sedevo per cenare succedeva qualcosa. Così, se la prima fetta era ancora stata di un tiepido passabile, l’ultima, tre ore dopo, non sapeva più neppure di pizza. La sala emergenze era in fermento, e se non avessi saputo che erano le due di notte, non avrei potuto certo dedurlo da quell’andirivieni di persone, sveglie e attive come in una mattina di mercato. Non che ci fosse troppa confusione o troppo rumore, solo un efficiente preparare ed un rapido comunicare, che trasformavano quell’evidente attesa in un piano di battaglia ormai ampiamente rodato. «È arrivato l’anestesista!» annunciò Teresa, con un misto di indifferenza e ironia, come solo le infermiere intelligenti sanno fare senza offendere.

«Ciao doc» fece eco Vittorio, un neoassunto pieno di entusiasmo e passione per le notti di coltelli «cosa vuoi per intubare?» mi chiese senza badare al mio saluto e tirando fuori dal carrello una sfilza di farmaci, tubi e siringhe.

«Vittorio, lascia respirare il dottore! Non vedi che deve ancora svegliarsi?» «In realtà stavo cenando». «A quest’ora?». «Se vai in cucina c’è ancora il caffè caldo» si intromise Carmen, una minuta OSS sessantenne che trattava tutti come fossimo suoi figli e nipoti. «Grazie, magari dopo. Qualcuno sa dirmi cosa sta arrivando?» «Un rosso quattro, accompagnato da una base» sentii una voce alle mie spalle. Era Gaia, una delle dottoresse del pronto soccorso. E con lei il team della sala emergenze era al completo. La centrale del 118 aveva avvisato dell’arrivo di un paziente. Il colore si riferiva alla gravità: rosso è il livello massimo, cioè brutta situazione. Il numero invece indicava l’apparato colpito: quattro sta per problema neurologico. La base invece è l’ambulanza senza personale medico o infermieristico a bordo.

Fermai l’irruenza di Vittorio sulla necessità di sedativi e intubazione e ci mettemmo tutti in attesa. Prima di decidere cosa fare, volevo vedere di che cosa si trattava. Le diagnosi fatte in strada sono approssimative, e spesso le cose cambiano rapidamente. Intanto Carmen arrivò con un po’ di caffè caldo in un bicchierino di carta.

«Ho messo un cucchiaino di zucchero, ma non so se va bene».

«È perfetto, grazie, non dovevi…» «Non si può bere freddo il caffè». Parole sagge.

La base venne annunciata dal berciare della sirena. Le porte scorrevoli si aprirono e due militi trafelati entrarono spingendo rapidamente la barella verso di noi. Nei loro volti si leggeva il sollievo di essere arrivati in un posto “sicuro” e l’angoscia degli interminabili momenti durante i quali tutto ricadeva sulle loro spalle: ce l’avevano fatta.

«Il signore si chiama Mario» iniziarono a raccontare, «ha 54 anni, e non ha particolari problemi a parte la pressione un po’ alta. Si è svegliato verso l’una e mezza, ha chiamato la moglie e non ha fatto in tempo a dire nulla che si è accasciato nel letto. Al nostro arrivo era incosciente. Respiro e polso regolari. L’abbiamo messo sulla barella e in quel momento ha avuto chiaramente una crisi epilettica con vomito e rilascio sfinterico. Abbiamo chiesto alla centrale il supporto del medico ma ci ha detto che erano impegnati su di un altro intervento e che avremmo fatto più in fretta a raggiungere l’ospedale. Così abbiamo liberato la bocca, messo su un fianco e portato qui il più in fretta possibile».

«Tubo?» mi chiese Vittorio con un tono che non accettava un rifiuto. E aveva ragione. Anche se lo stato di incoscienza dovuto alla crisi epilettica nella maggior parte dei casi è reversibile, poiché in questo caso il paziente non soffriva di epilessia era possibile che a scatenare la crisi fosse qualcosa di grave, un ictus, un’emorragia, un tumore, che andava trattato magari in sala operatoria, o comunque in terapia intensiva. Inoltre il vomito poteva essere finito in parte nei polmoni, creando problemi respiratori importanti. Aspirai dalla bocca i resti della cena e iniziai a somministrare ossigeno con la maschera. Teresa e Carmen tagliarono velocemente i vestiti sporchi e attaccarono i cavi per il monitoraggio (saturazione, pressione, elettrocardiogramma), fecero i prelievi di sangue per gli esami e posizionarono una cannula per infondere liquidi e medicine. Gaia visitò il paziente. Dopo qualche minuto Vittorio ci raggiunse con il materiale per l’intubazione. Al mio via vennero somministrati l’ipnotico e il curaro, e dopo quaranta secondi il mio sguardo era puntato sulla laringe, facilmente visibile al fondo della bocca, tenuta spalancata dalla lama del laringoscopio. Infilai il tubo, lo attaccai al ventilatore e controllai che l’aria entrasse ed uscisse regolarmente dal torace. Diedi un’occhiata ai parametri (battito, pressione saturazione) e poiché tutto era regolare dissi solo: «Andiamo in TAC». L’immagine che comparve sul monitor era abbastanza inequivocabile, una macchia irregolare che si impregnava di contrasto sul lobo frontale di destra: tumore.

«Cavolo. Sei sicuro?» chiesi al radiologo. «Sono sicuro che quello ha l’aspetto di un tumore. Che lo sia al cento per cento, no. Così pure che tipo. Non ne ho idea. Dovrà fare una risonanza magnetica, appena può».

Riportammo il paziente in sala emergenze.

«Che si fa doc?» chiese Vittorio. Già, che si fa? Teoricamente questa era la diagnosi che implicava meno lavoro per me. Il tumore aveva causato la crisi epilettica, ma niente più.

Una volta che i sedativi fossero stati smaltiti e gli antiepilettici tenuto a bada le crisi, il paziente si sarebbe svegliato e sarebbe andato in reparto. Magari in meno di ventiquattro ore. Avrei potuto gestire tutta la faccenda in pronto soccorso. Poi però pensai al collega anestesista bloccato in sala operatoria, ai pazienti della rianimazione senza medico (perché io ero lì), alla famiglia del povero Mario che non sapeva ancora nulla, e decisi che la cosa più sensata da fare fosse ricoverare il paziente da noi.

Erano le tre. Chiamai in reparto. Una voce squillante rispose. Bene, pensai, almeno anche loro sono ancora tutti attivi.

«Devo salire con un paziente». Il via libera al ricovero fu immediato. Adoravo quando tutto filava liscio. Mi affacciai all’ingresso del pronto soccorso e feci avvicinare i parenti del paziente: moglie e figlio. Erano in estrema agitazione perché non avevano ancora avuto nessuna informazione. Mi presentai, cercai di rassicurarli brevemente, spiegai cosa avevamo fatto, e dissi che Mario sarebbe stato ricoverato in terapia intensiva. Indicai loro la strada per raggiungere il reparto e assicurai che sarei stato su ad aspettarli.

Le ore che vanno dalle tre alle sei sono spesso le più quiete.

A meno che nessun paziente decida di complicarsi improvvisamente, o come in questo caso, non ci sia un nuovo ricovero, tutto è tranquillo. Le OSS hanno finito il riordino del materiale, gli infermieri hanno già pronte le terapie del mattino, e il medico è chiuso nel suo studio e non rompe le scatole a nessuno. Il nostro arrivo turò il sonno del gigante notturno, ma tutti si davano da fare per aiutarsi, finire in fretta e salvare ancora almeno mezz’ora di pace, prima del risveglio ufficiale alle sei.

Lasciai gli infermieri ad occuparsi del paziente, e dopo aver sbrigato la burocrazia essenziale mi preparai all’incontro con la famiglia. A parte le solite informazioni legate alle visite, al colloquio con l’équipe, all’ambiente particolare della terapia intensiva, dovevo ovviamente parlare delle condizioni cliniche del signor Mario, e in questo caso mi sentivo particolarmente a disagio.

Il mio primo impulso era quello di sfoderare un bel sorriso, la mia aria più sicura accumulata in anni di servizio e rassicurare la famiglia: tutto bene, non vi preoccupate. L’abbiamo salvato.

Avrei potuto sorvolare sul referto TAC, parlando di “macchia”, di “lesione incerta”, di “alterazione di segnale”, o di “impregnazione contrastografica” tutti modi incomprensibili per non pronunciare la fatidica parola e rimandare la questione a “ulteriori accertamenti” che sarebbero stati fatti nei giorni successivi. Il tumore, in fondo, non era un problema mio. Io avevo fatto tutto il possibile e le cose stavano andando bene. In questo modo la mia notte sarebbe finita in bellezza.

Ero veramente tentato di cavarmela così. Alle quattro del mattino avevo diritto anch’io ad un po’ di riposo, no? Ma sentivo che non sarebbe stato onesto.

Ciò che sentivo stridente in tutta questa faccenda era mettere il signor Mario e la sua famiglia di fronte ad un problema nuovo, e ben peggiore della semplice crisi epilettica. Svegliare qualcuno dal coma e dirgli: tranquillo, non sei morto, le nostre macchine ti hanno salvato, noi ti abbiamo salvato, ora però devi sapere che hai un tumore al cervello ed è per questo che sei stato male. Mi sembrava quasi crudele. Anche se io non avevo elementi per descrivere il tipo di tumore, le opzioni terapeutiche e la prognosi – quindi in fondo avrei potuto anche lasciare perdere – mi sembrava disonesto non dire che almeno il forte sospetto c’era.

Che poi andasse ancora indagato e studiato e inquadrato bene, che non potessi assolutamente pronunciarmi sul futuro del signor Mario perché oltre a non essere il mio mestiere non avevo neppure gli elementi per farlo, questo era assodato, mi sollevava un po’ il peso della notizia, ma non mi esimeva assolutamente dall’essere chiaro ed esplicito.

“Che situazione di merda”, pensai e mi avviai verso la sala colloqui.

«Cosa possiamo fare noi?» mi chiese il figlio alla fine del mio spiegone. Mentre la madre si asciugava una lacrima e ripiegava nervosamente un fazzoletto ormai completamente bagnato.

«Purtroppo al momento non ci sono altre cose da fare. Vi conviene andare a casa e riposare qualche ora. Potrete tornare quando vi fa comodo» e qui ringraziai mentalmente il mio capo quando aveva deciso che nella nostra Rianimazione l’orario di visita era aperto 24 ore su 24.

«Possiamo vederlo ora?» «Certo». Li accompagnai dentro e li affidai alle cure di Adrian, uno degli infermieri. Rimasero solo alcuni minuti, poi mi fecero un cenno e se ne andarono. Mi sembrò di leggere una sorta di messaggio in quel gesto da lontano alla ricerca di uno sguardo: ve lo affidiamo, abbiatene cura. Ma forse era solo una mia impressione. Crollai sulla poltrona dello studio alle cinque passate. Rimasi qualche minuto incerto se finire l’articolo che stavo leggendo o semplicemente concedermi un po’ di sonno. Ma prima che potessi decidere mi addormentai, perché il ricordo successivo fu il vociare degli infermieri fuori che indicava l’ora del cambio alle 7. La notte era sfociata nel mattino senza altri rumori. L’equipaggio si sarebbe rinnovato tutto nel giro di un paio d’ore, e la nuova guardia avrebbe continuato fino a sera la sua missione terapeutica.

Chiudevo la mia piccola battaglia, in quella guerra senza fine, con una vittoria dal sapore amaro, dove l’idea di buona cura mi era parsa ancora una volta confusa e appannata, come un sentiero avvolto nella bruma mattutina.

Giuseppe Naretto medico intensivista dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, è uno dei fondatori del blog nottidiguardia.it nonché autore di due romanzi, “L’orizzonte capovolto” e “Notti di guardia”, entrambi editi da Ponte alle Grazie.

Last modified: 5 Luglio 2017