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Ricerca: cosa appare all’orizzonte?

Orizzonti| Articolo di Giulia Annovi

La strada della ricerca non è mai unica, ma in questi ultimi anni alcuni sentieri sono stati battuti più di altri. Secondo l’ultimo rapporto della Pharmaceutical Research and Manufacturers of America1, tra il 2004 e il 2014 la ricerca medica è avanzata soprattutto nella lotta contro il cancro, nelle cure per l’HIV e nelle terapie per contrastare l’epatite C. E poi si sono aggiunti i trattamenti per alcune malattie rare, alle quali sono dedicati il 41% dei farmaci approvati dal Center for Drug Evaluation and Research (CDER) nel 2014. È ripresa perfino la ricerca nel campo degli antibiotici.

Temi analoghi a quelli dell’industria farmaceutica affiorano se si analizza la classifica di Altmetric2: gli articoli scientifici più condivisi, letti e dibattuti sui social network parlano di eziologia del cancro 3, antibiotici4 e Alzheimer 5.

Cosa vediamo dunque scrutando l’orizzonte dalla prospettiva dell’oggi? Cosa dobbiamo fare per non interrompere il cammino?

Gli Stati Uniti restano il Paese più forte nella ricerca biomedica. Gli investimenti sono tra i più alti, cosa che ha portato anche nel corso del 2015 all’approvazione di 41 nuove molecole. Seguiti dall’Europa, presto i due colossi dovranno fare i conti con altri mercati emergenti. Resta una certa dispersione negli sforzi della ricerca: si stima che solo una o due sostanze delle 10 mila sintetizzate in laboratorio arriva alla fase di sviluppo per poi essere commercializzata. EFPIA. The Pharmaceutical Industry in Figures. 2015.

L’orizzonte in clinica: la cura per malattie resistenti

Il cancro. La storia della lotta contro il cancro è antica, ma la battaglia è diventata più aspra dal dopoguerra ai nostri giorni. L’anno della svolta è stato il 2013, come titolava Science6, perché da lì in poi si è iniziato a pensare con più certezze che il sistema per contrastare il tumore fosse dentro di noi. L’immunoterapia, una strategia che sfrutta la risposta endogena del soggetto, è esplosa negli ultimi cinque anni grazie a una scoperta che ha portato all’evoluzione di nuove terapie. Quando il sistema immunitario permette al tumore di avere il sopravvento è perché qualcosa gli ha mandato un segnale di arresto, bloccando la sua normale attività. La scoperta di CTLA-4>7, ha dato una nuova speranza ai malati di un tumore un tempo inguaribile: il melanoma metastatico. Poco dopo è stato introdotto in clinica anche l’anticorpo anti-PD-1>8. Il primo approvato dall’FDA è stato pembrolizumab, un checkpoint inibitore, che, legandosi a PD-1, impedisce l’interazione tra PD-1 e PD-L1.

Uno dei meccanismi usati dai tumori per eludere la risposta immunitaria comporta il coinvolgimento di alcuni checkpoint, come ad esempio il “checkpoint immunitario” PD-1 presente sui linfociti T. Le cellule tumorali possono bloccare le risposte immunitarie esprimendo i due ligandi di PD-1, ovvero PD-L1 e PD-L2, che appunto legano il recettore PD-1 dei linfociti inattivandoli. Immagine tratta da http://www.keytruda.co.nz

In questo modo, i linfociti T tumore specifici non vengono inattivati e possono esercitare la loro azione antitumorale. L’FDA ha recentemente designato questa molecola, per la quarta volta, come breakthrough therapy per il linfonoma di Hodgkin dopo averla già riconosciuta per il melanoma avanzato, per il cancro del polmone non a piccole cellule e per il cancro del colon retto MSI-high. Nella indicazione del melanoma pembrolizumab ha ottenuto l’approvazione dell’EMA il 24 luglio 2015.913 In Italia, sulla Gazzetta Ufficiale n° 108 del 10/05/2016 è stata pubblicata la Determina AIFA n° 589/2016 con la quale si autorizza l’utilizzazione, a partire dal 11/05/2016, in regime di rimborsabilità SSN, di questa nuova molecola nel trattamento del melanoma avanzato (non resecabile o metastatico) nei pazienti adulti. “Per molto tempo abbiamo cercato di colpire le cellule neoplasiche, trovandoci sempre di fronte a un nuovo nemico, con variazioni che a volte riguardavano il singolo paziente”, ha spiegato Licia Rivoltini, responsabile della sezione di Immunoterapia dei Tumori Umani presso l’Istituto Nazionale per la Cura dei Tumori di Milano. “L’immunoterapia si rivolge a un terreno comune, quello dell’ambiente che consente al tumore di svilupparsi, dove le falle del sistema immunitario giocano un ruolo chiave”. Sebbene l’immunoterapia sembri essere una cura molto promettente per il futuro, sono ancora in atto varie sperimentazioni su neoplasie che colpiscono diversi organi. Anche l’Italia sta contribuendo con numerosi studi clinici.
L’epatite C. Per l’epatite C sono le recenti applicazioni cliniche che hanno aperto orizzonti di cura e guarigione per i pazienti. Le terapie odierne, scaturite dalla conoscenza di sequenza e funzioni del genoma virale, permettono di ottenere nel 90% dei casi un esito positivo delle cure, con pochissimi effetti questa nuova molecola nel trattamento del melanoma avanzato (non resecabile o metastatico) nei pazienti adulti. “Per molto tempo abbiamo cercato di colpire le cellule neoplasiche, trovandoci sempre di fronte a un nuovo nemico, con variazioni che a volte riguardavano il singolo paziente”, ha spiegato Licia Rivoltini, responsabile della sezione di Immunoterapia dei Tumori Umani presso l’Istituto Nazionale per la Cura dei Tumori di Milano. “L’immunoterapia si rivolge a un terreno comune, quello dell’ambiente che consente al tumore di svilupparsi, dove le falle del sistema immunitario giocano un ruolo chiave”. Sebbene l’immunoterapia sembri essere una cura molto promettente per il futuro, sono ancora in atto varie sperimentazioni su neoplasie che colpiscono diversi organi. Anche l’Italia sta contribuendo con numerosi studi clinici

L’epatite C. Per l’epatite C sono le recenti applicazioni cliniche che hanno aperto orizzonti di cura e guarigione per i pazienti. Le terapie odierne, scaturite dalla conoscenza di sequenza e funzioni del genoma virale, permettono di ottenere nel 90% dei casi un esito positivo delle cure, con pochissimi effetti collaterali. “Sono, inoltre, in arrivo nuove terapie. Tra queste un regime orale (1 compressa al giorno, a dose fissa) costituito dalla combinazione di elbasvir (inibitore del complesso di replicazione NS5A) e grazoprevir (inibitore della proteasi NS53/4A), sviluppato per i pazienti affetti da epatite cronica da HCV, con genotipo 1 e 4, approvato negli Stati Uniti e in Canada, e in attesa di ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio da parte dell’Unione Europea¹??¹?. Rimane, ovviamente, caldo il problema dell’accesso alle nuove terapie legato agli alti costi delle stesse, per il quale è urgente trovare una soluzione di governance condivisa per evitare che, nonostante siano disponibili terapie efficaci ed innovative, l’accesso alle cure sia limitato a selezionate categorie di pazienti per problemi di sostenibilità del sistema sanitario¹?.

L’antibiotico-resistenza. Oggi, a livello globale sono 700 mila le persone che muoiono per inefficacia degli antibiotici. Entro il 2050 ci aspettano 10 milioni di morti in più ogni anno²?. Il fenomeno della resistenza ad antivirali e batterici è in costante crescita, perché è una qualità che può essere trasmessa tra patogeni, per scambio di materiale genetico addirittura tra specie diverse nel caso dei batteri. Piffaretti2¹reclama un’azione comune per contrastare l’antibiotico-resistenza, con una collaborazione che coinvolga esperti in ambito ambientale, clinico e veterinario. Dopo lungo tempo di inattività, nel 2015 la ricerca ha scoperto 15 nuove sostanze con proprietà antimicrobiche. E si annuncia a breve l’arrivo di molecole attive contro i microorganismi Grampositivi – ad esempio un nuovo oxazolidinone (tedizolid) efficace contro lo stafilococco meticillino-resistente nelle infezioni di cute e tessuti molli in monosomministrazione giornaliera e che offre cicli terapeutici più brevi (soli 6 giorni di terapia)-equelli Gram-negativi, con

na cefalosporina di nuova generazione (ceftolozanetazobactam) dalla spiccata attività anti-Ps.aeruginosa, formulata insieme ad un inibitore delle bettalattamasi che ne estende l’attività a Gramnegativi produttori di betalattamasi a spettro esteso, efficace nelle infezioni complicate intra-addominali e delle vie urinarie e in valutazione nelle polmoniti nosocomiali²²?²?.

Le malattie neurodegenerative. Secondo i dati del World Alzheimer Report 2015²?, circa 40 milioni di persone al mondo sono affette da una qualche forma di demenza. Dal 2002, l’anno nel quale è stata approvata in Europa l’ultima molecola, non sono arrivati nuovi farmaci. Gli orizzonti della ricerca in questo campo si muovono tra il “prevenire innanzitutto, rallentare se possibile, curare anche se è un traguardo più difficile ma forse non impossibile. E infine rigenerare che è la frontiera del

futuro”, ha dichiarato il dott. Roberto Furlan, capo unità di Neuroimmunologia Clinica presso l’Istituto di Neurologia Sperimentale – INSPE dell’IRCCS Ospedale San Raffaele. La prevenzione è il traguardo più plausibile nel breve periodo, sia cambiando lo stile di vita che con trattamenti specifici in grado di interferire con la formazione nella materia grigia del cervello delle cosiddette placche senili, ammassi di proteine che sono stati associati a diverse malattie neurodegenerative. “Avere una diagnosi precoce, almeno dieci anni prima dell’insorgenza della malattia, è l’unico modo per permettere alle terapie sperimentali di bloccare i meccanismi della malattia quando è all’inizio e di proteggere un cervello ancora in gran parte sano”. Per intraprendere un’azione condivisa che migliori le possibilità di cura, l’EMA ha appena proposto delle nuove linee guida per la cura dell’Alzheimer²?.

L’orizzonte per la ricerca: un equilibrio tra politica e partecipazione

La ricerca ha dunque diverse strade tracciate lungo cui procedere, ma lungo il percorso non mancano ostacoli. Primo fra tutti i costi.
Nel caso dell’epatite C, il dott. Massimo Puoti che è direttore delle Malattie Infettive dell’Ospedale Niguarda Ca’ Granda di Milano, vede proprio nei costi della terapia uno dei maggiori limiti nella possibilità di cura. “Per favorire la riduzione del costo di tali farmaci, di fronte al grande impiego che se ne sta facendo, dovrebbe esserci una presa di posizione condivisa. Ad esempio da tutta l’Europa”. L’Italia e la Spagna hanno già in parte calmierato i costi, considerando la diffusione nell’uso del farmaco. “Nel caso dell’epatite C”, ha aggiunto Puoti, “alcuni propongono l’istituzione di un fondo mondiale, a cui potrebbero attingere i Paesi con minori possibilità economiche per avere accesso alle cure”.

E se la politica non ha la lungimiranza di investire in ricerca, secondo Furlan non resta che “la ricerca trovi convergenza di interessi con soggetti, come l’industria, che hanno le risorse economiche ma che chiedono anche, ovviamente, ritorni e guadagni”. E a tal proposito dal MIT arriva la proposta del Megafund²?, una sorta di investimento rischioso ma ad alto reddito, che potrebbe contribuire a finanziare le ricerche in cui le ditte farmaceutiche vedono minori certezze di guadagno.

All’orizzonte poi compare un paziente sempre più presente. La FDA ha lanciato in questi anni l’iniziativa “Patient-Focused Drug Development”²?, e addirittura l’industria farmaceutica sta sfruttando la tecnologia per raccogliere dati dai pazienti sotto trattamento. Senza nulla togliere alla più tradizionale ricerca clinica, dove l’ampia casistica serve a conoscere meglio le reazioni al farmaco. “Le associazioni dei malati e i parenti contribuiscono a spostare l’attenzione su parametri maggiormente legati alla qualità della vita, oltre a dettare le priorità degli investimenti economici”, ha commentato Furlan.

L’unico modo per tener conto di tutti questi aspetti è far rete: pazienti, medici di base che hanno il compito di indirizzare il malato, medici specializzati nell’uso delle terapie di frontiera e ricercatori. “L’aggiornamento è fondamentale, anche per i medici di base”, ha detto la dott.ssa Rivoltini. “In Italia, per quanto riguarda l’immunoterapia, vengono organizzati circa 70 corsi regionali a bimestre ed è stato creato Nibit un network costantemente aggiornato che mantiene in collegamento tutti coloro che si occupano di ricerca”, ha riferito la dott.ssa Rivoltini.

Lo stesso accade con il sito dell’EpaC nel caso dell’epatite C. “La rete deve dare la possibilità di individuare i centri di cura, di fissare gli appuntamenti e di avere sostegno per l’accesso alle terapie”, ha commentato anche il dott. Puoti. “È fondamentale per diffondere sempre più i trattamenti efficaci”.

 

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Giulia Annovi è datajournalist e comunicatrice scientifica. Dopo aver conseguito un PhD in Medicina Molecolare e Rigenerativa, ha ottenuto un master in giornalismo scientifico digitale presso la Sissa di Trieste. Scrive di scienza e non solo su Wired.it, Datajournalism. it, Oggi Scienza, Scienza in rete e sul blog Datastories de L’Espresso.

Last modified: 5 luglio 2017