Brexit

I confini della ricerca: quali le implicazioni della Brexit?

Confini| Articolo di Giulia Annovi

“Abitiamo su un’isola e tutti abbiamo avuto esperienza di andar per mare. Sappiamo dunque che quando arriva un’onda grossa, bisogna affrontarla con la barca”. Con questa metafora Lauritz Holm-Nielsen, Presidente di EuroScience, si è rivolto ai presenti tra il pubblico della European Science Open Forum (ESOF2016) di Manchester, per invitare l’intera comunità scientifica ad affrontare la realtà della Brexit.

Gli inglesi sono usciti da un territorio in cui sono stati abbattuti i confini, in nome di una libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee. Dopo il voto del 23 di giugno, si sono ritrovati in un altro contesto che ancora non ha confini, non ha definizioni e si presenta agli occhi dei più come un mare più minaccioso e pericoloso della terra ferma.

La comunità scientifica è preoccupata, per le ancora scarse rassicurazioni che arrivano dal Governo e per i possibili scenari che si potrebbero aprire nella distribuzione dei fondi nell’ambito del progetto Horizon2020.

Ora gli inglesi cercano di correre ai ripari. In 38 mila hanno già firmato una petizione, affinché almeno la comunità scientifica possa continuare ad avere accesso ai programmi europei. Il timore si respira sul web, come nei post apparsi sul Brexit impact form. Nel 10% dei casi i messaggi riferiscono di studenti e ricercatori che temono di non aver più accesso al Regno Unito; per un altro 10% si discute dei coordinatori inglesi di Horizon2020 declassati a ruoli inferiori, per cui c’è il sospetto che i finanziamenti si riducano sempre più. Nel 21% dei casi, coloro che hanno lasciato un messaggio hanno dichiarato di voler lasciare l’Inghilterra per frustrazione.

Malgrado il risultato delle elezioni, la maggior parte dei ricercatori inglesi considera un beneficio l’appartenenza alla Comunità Europea. Fonte dei dati: Survey CaSE and the EPC 2015.

E la paura continua a essere fomentata malgrado sia il ministro della scienza Jo Johnson sia Carlos Moedas per la Commissione Europea abbiano rassicurato che per la scienza non cambierà nulla.

UK, il futuro della ricerca

La scelta del Regno Unito ora è cruciale. A seconda di come deciderà di intessere i rapporti con l’Europa, le possibilità che si apriranno saranno alquanto diverse. E non solo per gli inglesi.

La posta in gioco consiste nella possibilità di abbattere le barriere tra persone e culture per collaborare con altri ricercatori; di valicare con facilità i confini per arricchirsi di nuove esperienze professionali; ma soprattutto di partecipare ai finanziamenti europei e indirizzarne la politica.

Se proprio l’equilibrio tra dare e avere alla Comunità Europea è stato cruciale nel risultato del referendum, come ha sostenuto lo stesso Stephen Hawking1, ora gli inglesi devono chiedersi cos’è veramente la ricchezza per loro. La ricchezza consiste nel conservare maggiore denaro o piuttosto è un mezzo per accrescere la conoscenza e per fare esperienze?

Tra il 2007 e il 2013 sono stati spesi 8,8 miliardi di euro per la scienza in UK. Il 50% dell’aumento dei fondi di cui hanno potuto usufruire le università inglesi tra il 2007 e il 2013 è da attribuire al contributo europeo. Se da parte dello UK solo 5,4 miliardi di euro erano stati versati nel budget europeo a favore della scienza, il Regno Unito ha ricevuto una somma netta per la ricerca scientifica. Fonte: evidenze scritte dalla Royal Society.

Molti sostenitori della scienza britannica sono convinti che potranno continuare a partecipare ai bandi di Horizon2020, così come fanno altri Paesi al di fuori dell’Unione Europea. Un esempio è la Norvegia, che per ottenere un tal privilegio ha aderito alla European Economic Agency (EEA) e alla libera circolazione. Un secondo esempio è la Svizzera, che però si è ritrovata tagliata fuori dalle opportunità che le erano state offerte nell’ambito di Horizon2020 nel momento in cui ha votato per limitare la libera circolazione attraverso i suoi confini. La posizione attuale le impone di contribuire ai fondi europei in base al suo PIL e alla dimensione della popolazione, senza poter indirizzare in alcun modo gli argomenti su cui si svilupperà la ricerca europea e senza poter partecipare ai finanziamenti da protagonista.

La Gran Bretagna invece finora ha avuto un ruolo attivo nel decidere la programmazione europea ed ha consolidato la sua posizione partecipando allo Scientific Advice Mechanism (SAM).

Con la costituzione dello SAM la scienza ora può fornire evidenze alla politica, in modo da influenzarne le scelte. La commissione ha già iniziato a pronunciarsi riguardo all’emissione di CO2 da parte dei veicoli leggeri, alle identità digitali e alla cybersecurity, oltre che dando un parere sul rischio degli erbicidi a base di Glifosati2. E ora il Regno Unito resterà confinata all’esterno di queste attività, con la sola possibilità di stare a guardare? Per i sostenitori della Brexit non c’è bisogno dei soldi europei: quel budget che veniva investito a livello europeo (di cui il finanziamento inglese copriva l’11,5%), può essere usato per finanziare l’attività di ricerca e sviluppo. Ma le analisi del Centre for Economic Performance (CEP), non hanno previsto uno scenario post-Brexit così florido: con un’ipotesi ottimistica il PIL britannico perderà il 2,2%, ma a condizione che lo UK condivida il libero mercato con l’Europa3.

L’altra questione ancora irrisolta è cosa accadrà alla scienza senza confini che caratterizza il Regno Unito. Tra il 1996 e il 2012, si sono spostati dalla Gran Bretagna il 71,6% dei ricercatori per acquisire nuove capacità lavorando all’estero. Dall’Europa provengono 30 mila ricercatori che lavorano in UK e per la maggior parte sono di origine tedesca o italiana. Proprio l’assenza di argini ha permesso alla scienza di crescere e prosperare in Europa durante questi anni.

Perfino i premi Nobel britannici hanno avuto a che fare con l’estero: cinque sono di origine straniera, otto sono stati all’estero per accrescere la propria professionalità5.

Se nel 1981 solo il 15% dei paper scientifici pubblicati in UK recava il nome di un autore straniero, oggi sono oltre il 50% degli articoli. E la collaborazione non porta a giovamenti astratti, ma assicura a tali pubblicazioni un maggior impatto nella società6.

Ma per i pro-Brexit non ci saranno problemi nemmeno per i finanziamenti ai progetti o per sostenere i ricercatori che vogliono andare all’estero. Del resto il denaro viene attribuito in base al merito e alla qualità delle proposte4. Eppure potrebbero essere potenzialmente a rischio anche i bandi dello European Research Council (ERC), data la loro propensione a favorire team internazionali e con idee innovative e facilmente traducibili in un cambiamento di vita per la società. I ricercatori inglesi finora hanno usufruito del 30% dei finanziamenti ERC, sintomo di un ambiente vivace nelle idee e aperto nelle collaborazioni.

E ancora sarà più problematico realizzare il trasferimento tecnologico all’interno del proprio paese. Le piccole e medie imprese sono state sostenute dall’Unione Europea con diversi strumenti, affinché i risultati della ricerca trovassero una pratica applicazione nell’industria locale.

Ora alcuni temono che queste industrie spostino altrove la propria sede per continuare a godere dei benefici comunitari. Come loro potrebbero andarsene grandi industrie, come quelle biofarmaceutiche, che avevano scelto l’Inghilterra come loro sede perché consentiva loro di

accedere con facilità a risorse ma anche al più grande mercato unico, quello europeo.

La stessa idea di migrare potrebbe sorgere in seno a istituzioni europee che ora hanno sede nel Regno Unito. Istituzioni del calibro dello European Molecular Biology Laboratory (EMBL), situato a Cambridge e della European Medicines Agency, che ha sede a Londra, hanno un forte potere di attrazione per altre attività satelliti. Il loro trasferimento potrebbe avere pesanti conseguenze per l’economia britannica oltre che per la sanità in generale.

Europa infatti significa anche una regolamentazione condivisa sui temi della sicurezza alimentare e ambientale e della salute, argomenti che valicano i confini nazionali in una società globalizzata come la nostra.

L’azione congiunta europea sulle sostanze emesse in atmosfera è stata determinante nel regolare la produzione di inquinanti che possono ledere la salute dell’intero Continente. Lo European Centre for Disease Control (ECDC) ha contribuito alla raccolta dati per la sorveglianza sanitaria, sviluppando metodologie e strategie standard e coordinando le risposte alle emergenze. La European Medicine Agency, che ha sede a Londra, evita che l’approvazione di un farmaco debba reiterarsi in tutti e 28 gli Stati membri7.

Da tale situazione incerta ne uscirà penalizzata l’Europa intera perché potrebbe perdere il valido contributo del Regno Unito oltre che la possibilità di adottare regole condivise. Ma anche i ricercatori inglesi potrebbero pagare un conto salato, trovandosi esclusi da centri come il CERN, la European Space Agency, lo European Southern Observatory e lo European Synchrotron Radiation Facility.

La condivisione di istituzioni, regole e protocolli oggi si trasforma anche in condivisione di dati. Quali diritti rivendicheranno gli inglesi sui big data già raccolti? E che ne sarà della raccolta dati futura?

Pensiamo anche solo ai trials clinici. Il fatto di non condividere i dati potrebbe essere un fattore limitante, soprattutto per gli studi che riguardano le malattie rare, che potrebbero non trovare un numero sufficiente di soggetti da reclutare. Malgrado gli scienziati in favore dell’Europa abbiano tentato di sostenere con numerose evidenze riportate qui sopra8 le ragioni per restare, ha vinto la retorica con cui si è espressa la controparte pro-Brexit.

Per una scienza senza confini

Ora c’è bisogno di spegnere il rumore delle chiacchiere intimorite e parlare di fatti ed evidenze. Per questo è nato un vero e proprio sito che raccoglie le adesioni di chi, attraverso i media, vuol parlare dell’impatto reale della Brexit su scienza e innovazione.

Una sorta di risposta alle critiche che sono emerse tra il pubblico presente alla sessione di ESOF16, secondo cui non ci sarebbe stata una copertura sufficiente dei media per far comprendere quali sarebbero state le conseguenze per la scienza se avesse perso il remain. Secondo altri, i punti di vista degli esperti hanno toccato argomenti troppo distanti dal comune sentire della gente.

Lo score che rappresenta l’impatto della Brexit sugli stati europei è stato attribuito sulla base del contatto con il Regno Unito, dell’allineamento con gli obiettivi amministrativi inglesi o della vulnerabilità allo shock. L’estensione dell’esposizione è determinata anche da quanto hanno investito i singoli stati nel trattenere lo UK in Europa. Fonte dei dati: Survey CaSE and the EPC 2015.

Mentre per gli scienziati i risultati della ricerca hanno un impatto forte in ogni minuto nella vita della gente, i risultati della Brexit non sono altro che uno specchio della disuguaglianza che imperversa oggi su tutta l’Europa. Gail Cardew ha invocato una maggiore comprensione e vicinanza degli scienziati al grande pubblico, mentre Stephen Curry, biologo e blogger del Guardian, ha evidenziato la necessità di coinvolgere maggiormente le frange più deboli della popolazione.

In questo periodo di sospensione e di attesa non resta che dare un segnale forte all’Europa, innanzitutto di unità. La società inglese non può più essere divisa contro o pro Brexit, ma deve essere coesa nel sostegno della ricerca e della scienza. “L’unione è un modo per estirpare la retorica razzista e xenofoba, in modo che quelli che lavorano qui decidano di rimanere”, ha dichiarato con forza Juergen Maier, SEO di Siemens9.

BIBLIOGRAFIA

  1. Stephen Hawking. Our attitude towards wealth played a crucial role in Brexit. We need a rethink. The Guardian, published online on 29 July 2016.
  2. James Wilsdon. Science advice for Europe. Science, published on 22 July 2016.
  3. Swati Dhingra, Gianmarco Ottaviano, Thomas Sampson and John Van Reenen. The consequences of Brexit for UK trade and living standards. Centre for Economic Performance, published on 2016.
  4. Scientists for Britain – Written evidence. Published on December 2015.
  5. Elsevier. International Comparative Performance of the UK Research Base – 2013. Published on 05 December 2013.
  6. Steve Smith and Dr Jonathan Adams. ‘The Fourth Age of Research’: implications and actions for global universities. British Council in Tokyo, 9 December 2014.
  7. Martin McKee, Michael J. Galsworthy. Brexit: a confused concept that threatens public health. Journal of Public Health. Published on 2016.
  8. Dr Mike Galsworthy, Dr Rob Davidson and Dr Claire Skentelbery. Scientists for EU Campaign – Written evidence. Published on 18 November 2015.
  9. Jeuergen Maier. Science post Brexit. Published online on 26 July 2016. 

Giulia Annovi è datajournalist e comunicatrice scientifica. Dopo aver conseguito un PhD in Medicina Molecolare e Rigenerativa, ha ottenuto un master in giornalismo scientifico digitale presso la Sissa di Trieste. Scrive di scienza e non solo su Wired.it, Datajournalism.it, Oggi Scienza, Scienza in rete e sul blog Datastories de L’Espresso.

Last modified: 6 Luglio 2017