reti oncologiche

Le reti oncologiche in Italia

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Quello delle reti epidemiologiche e cliniche è uno degli argomenti più strategici e dibattuti all’interno del panorama sanitario nazionale e regionale: questo perché tocca aspetti connessi sia alla riorganizzazione ospedaliera sia al territorio all’interno del quale i servizi attualmente erogano le prestazioni oltre all’enorme sfida rappresentata dalla governance dei farmaci e relativa sostenibilità di tutto il sistema sanitario. Non è un caso che si parli soprattutto di reti oncologiche: in questo campo la proposta di farmaci innovativi ad alto costo pone sfide paradigmatiche.

Ogni giorno in Italia circa 1000 persone ricevono la diagnosi di tumore. Di contro, la mortalità diminuisce grazie a prevenzione primaria, diffusione degli screening, miglioramento delle terapie e gestione del paziente in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato. Ce lo dice la sesta edizione de “I numeri del cancro in Italia”, un progetto AIOM-AIRTUM che “misura l’impatto della patologia neoplastica e delle strategie di controllo nel nostro Paese” (scarica il volume).


Nel 2015, le persone sopravviventi in Italia dopo una diagnosi di tumore erano 3.037.127 (il 4,9% della popolazione italiana). Questo dato, “se da un lato conferma una tendenza positiva registrata già negli ultimi anni, dall’altro impone di fare i conti con la sostenibilità di cure che, fortunatamente, possono protrarsi a lungo” (Pinto C, Mangone L. Epidemiologia del cancro in Italia: dai numeri all’esigenza di un lavoro in rete. Recenti Prog Med 2016; 107: 505-506). È un panorama epidemiologico, clinico e terapeutico in continua trasformazione che diventa lo scenario di fondo su cui occorre favorire un salto di qualità dell’assistenza proprio attraverso il miglioramento del sistema di reti oncologiche regionali presenti, in via di sviluppo e, auspicabilmente, future.

Nelle reti oncologiche i processi vengono organizzati sulla base dei Percorsi Diagnostico-Terapeutici-Assistenzali (PDTA), traduzione nella prassi, a livello regionale, di quanto previsto dalle linee guida per ciascuna patologia. “Purtroppo, attualmente le Regioni che hanno attuato reti oncologiche funzionanti si contano sulle dita di una mano, per altre sono in via di sviluppo mentre per molte Regioni del sud sono solo sulla carta e a volte neanche su quella.” Carmine Pinto, Presidente dell’AIOM, descrive una situazione di criticità. Le Regioni dove la rete funziona sono sei: Piemonte, Lombardia, Toscana, Trentino, Umbria e Veneto. In altre Regioni i lavori sono in corso (parliamo di Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Sicilia e Alto Adige). Assenza di reti invece in Abruzzo, Campania, Calabria, Basilicata, Marche, Molise, Puglia e Sardegna.

Un’occasione sprecata per documentare un vantaggio in termini di incidenza, dal momento che “al Sud persistono per molte sedi tumorali fattori protettivi che rendono ragione di una bassa incidenza di alcune sedi tumorali. Per contro, la minore attivazione degli screening programmati nelle Regioni del Sud rende ragione dei valori di sopravvivenza che, per alcune sedi tumorali, rimangono inferiori ai valori registrati al Nord.” (I numeri del cancro in Italia, 2016).

Quando poi si parla di tumori rari (definiti nel volume come “un tumore che interessa meno di 6 persone su 100.000”), lo sviluppo di reti, di percorsi integrati e della ricerca traslazionale diventa ancora più sostanziale.

In campo oncologico l’outcome principale è sicuramente la sopravvivenza: calcolarla dal tempo della diagnosi fornisce una delle misure utili a valutare l’efficacia del sistema sanitario. Tuttavia, già da tempo, è in atto un cambiamento di paradigma secondo il quale l’efficacia di un intervento non può prescindere da una valutazione che tenga conto anche dell’impatto della malattia e delle cure sulla qualità di vita della persona e della famiglia. Perché la rete oncologica rappresenta lo strumento principale per rispondere a queste numerose sfide? Cosa garantisce la rete al paziente oncologico?

  1. Che tra ospedali periferici e centri di eccellenza siano condivisi protocolli e modelli in un lavoro di squadra e di scambio di informazioni cliniche con l’obiettivo di fornire al paziente la migliore terapia disponibile per la sua patologia, ma anche la migliore gestione delle complicanze, delle recidive, degli interventi riabilitativi e del follow up o delle cure palliative in un’ottica di sostenibilità ed equità di accesso alle cure. In una parola, l’attivazione di un network garantisce la continuità della presa in carico della persona malata dall’ospedale al domicilio, stabilendo i punti in cui è preferibile erogare le prestazioni, razionalizzandone il numero con positive ricadute sulla spesa sanitaria anche grazie alla riduzione dei ricoveri impropri e alla dispersione ed eccesso di terapie.
  2. Che le diagnosi di cancro siano effettuate in una fase precoce, che l’attesa per l’esecuzione degli esami sia più breve e sia al contempo minimizzato il numero di esami impropri eseguiti.

Le caratteristiche fondamentali delle reti e i criteri minimi e indispensabili a cui dovrebbero attenersi sono state definite e raccolte all’interno di un documento congiunto AIOM/ Cipomo/AgeNaS, ma, stando alle parole di Carmine Pinto, “oggi nessuna delle Reti esistenti li soddisfa completamente. Presenteremo il documento in tutte le Regioni perché le singole realtà locali siano stimolate ad attivare un percorso virtuoso in questo senso”.

Uno degli elementi essenziali alla buona riuscita del lavoro svolto dalle reti è un coordinamento centrale che guidi i collegamenti tra i diversi nodi presenti nella rete, che pianifichi l’uso delle risorse. Altro criterio minimo è la presenza sul territorio di punti di accesso alla rete oncologica identificati e accreditati, che garantiscano una presa in carico tempestiva del singolo caso e che assicurino l’assegnazione del paziente al PDTA previsto per la sua neoplasia. È un elemento che dovrebbe quindi favorire il superamento delle “migrazioni” dei pazienti verso i grandi istituti di eccellenza.

Altro elemento oramai imprescindibile è la multidisciplinarità con cui deve essere strutturato il piano di cura: pensiamo ad esempio al profilo di tossicità cardiovascolare di alcune molecole antitumorali. Per non compromettere il buon esito e l’efficacia della terapia antineoplastica, oncologo e cardiologo devono collaborare all’elaborazione di protocolli condivisi per la gestione delle comorbilità cardiovascolare nel paziente oncologico, soprattutto lungosopravvivente. Pensiamo anche all’oncologia pediatrica: la rarità della condizione rende necessario fare rete con più centri di cura per poter arrivare a una diagnosi e a un percorso di cura.

“Ma se attorno a un tavolo facciamo sedere tanti specialisti diversi, non c’è il rischio che i valori, i desideri e le prospettive del paziente, che tanto avevamo tenuto in considerazione quando abbiamo parlato del processo di shared decision making, vadano perduti definitivamente?” la domanda, legittima, se la pongono i due autori del libro “Nelle reti” Giulia Annovi e Carmine Pinto. Qualità e sicurezza dei PDTA infatti non possono prescindere dalla centralità della persona (tabella 1).

Il network diventa in questo volume una metafora che abbraccia tutto il mondo dell’oncologia come “comunità formata da diverse persone”. Ed è proprio dalle persone che “dovrebbero partire i fili” della rete: questo si deve tradurre nella integrazione nella rete di tutti i punti di vista delle persone tra loro connesse: il paziente, l’oncologo medico, l’anatomopatologo, il farmacista ospedaliero, il radioterapista, il palliativista, l’infermiere, ma anche le associazioni di pazienti, i decisori politici, il dirigente sanitario e… internet.

Dallo “shared decision making” al ruolo dei mass media e del web nella comunicazione sul cancro l’obiettivo degli autori è “osservare da chi e cosa è composta la rete che ruota intorno al paziente, quali sono le falle e quali sono invece le aree che offrono un sostegno migliore. Per poi chiedersi quali fili potrebbero essere ancora tirati, quali nodi andrebbero rinforzati e quali andrebbero allacciati.”

Last modified: 7 Luglio 2017