Gesso tradizionale Vs Gesso 3D

Gesso tradizionale Vs Gesso 3D

Tech no tech, Protezione| A cura della Redazione

Sulla carta sembrerebbe non esserci gara: da una parte abbiamo il vecchio gesso, pesante, scomodo, una “superficie bianca” fatta apposta per gli imbarazzanti disegni dei compagni di scuola di sventurati bambini.

Dall’altra abbiamo una vera e propria “protesi”, un esoscheletro in plastica stampato in 3D, più leggero (il peso può essere inferiore ai 50 grammi) e al tempo stesso più rigido del classico gesso, che può entrare in contatto con l’acqua, adattarsi perfettamente all’arto del paziente, consentendo una maggiore aerazione della pelle e un minore rischio di allergie e prurito, e facilitando le successive indagini diagnostiche di controllo (risulta invisibile ai raggi X).

Il concetto di base del “gesso 3D” è relativamente semplice: avvalendosi di informazioni cliniche e morfologiche raccolte sia attraverso la radiografia che mediante sistemi di scansione 3D dell’arto fratturato, viene costruito (attraverso un software di progettazione) un gesso personalizzato, che seguirà ergonomicamente i contorni dell’arto.

Eppure il gesso tradizionale (calco di gesso o fibra di vetro) è molto competitivo in termini di costi e la sua efficacia è tale da non richiedere ulteriori investimenti in qualcosa di “nuovo”. Si può parlare in questo caso di pseudo-innovazione (“a technology that increases costs without improving patients’ health”, secondo la definizione di Ezekiel Emanuel)?

Sappiamo infatti che l’innovazione tecnologica rappresenta una sfida per la sanità di molti paesi: la sfida consiste nel trovare di volta in volta il giusto equilibrio tra la seduzione del nuovo e l’incertezza dei vantaggi che le novità possono garantire, a fronte di costi a volte molto elevati.

Come ci spiega Adam Cifu, autore del libro intitolato “Ending medical reversal” la storia della medicina è ricca di inversioni di marcia: pratiche mediche, spesso innovative, ampiamente applicate da parte del personale sanitario o di sistemi sanitari che, come si scopre in un secondo momento, non offrono benefici netti o comportano addirittura danni superiori ai benefici e quindi vengono abbandonate.

La soluzione per diminuire la percentuale di questo tipo di “ripensamenti” consiste nel richiedere evidenze di qualità superiore prima di adottare nuove pratiche mediche.

Nel nostro caso, considerata la riduzione degli effetti indesiderati dovuti al gesso e il miglioramento della qualità di vita (soprattutto in caso di bambini), il gesso 3D è una innovazione tecnologica da prendere in seria considerazione? Per rispondere a questo dubbio, sarà di certo utile conoscere i risultati dello studio in corso all’Ospedale Santobono Pausilipon di Napoli. È qui infatti che un tipo di tutore in plastica ABS (acrilonitrile-butadiene-stirene, un nome che diventa subito più “familiare” se pensiamo che è questo il polimero di cui sono composti gli indistruttibili mattoncini della LEGO), progettato da esperti CNR, è in sperimentazione (anche grazie a un contributo della Banca d’Italia) sui pazienti pediatrici: “La sperimentazione prevede l’applicazione dell’esoscheletro su 60 bambini di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, caratterizzati da fratture composte stabili a un braccio, per le quali attualmente viene effettuato il trattamento con apparecchio gessato tradizionale” (dal comunicato stampa)

“Innovation is significant positive change” sostiene Scott Berkun, autore di “The myts of innovation”. Se anche il costo del gesso 3D risulterà competitivo come sembra, forse questa volta ci troviamo di fronte a una reale “innovazione”.

Last modified: 26 Giugno 2017