Immunità di gruppo e impatto delle vaccinazioni in Italia

Immunità di gruppo e impatto delle vaccinazioni in Italia

Protezione| Intervista a Pier Luigi Lopalco

Da più autorevoli voci, negli ultimi mesi, è stato lanciato un forte appello per ribadire sia alla cittadinanza che agli operatori sanitari l’importanza delle vaccinazioni. In queste occasioni si è spesso fatto riferimento ad un calo delle coperture per le vaccinazioni dell’infanzia, che potrebbe portare al superamento dei livelli di guardia garantiti dalla cosiddetta “immunità di gregge” ed il conseguente riapparire di malattie infettive ormai scomparse. Fino a che punto tale pericolo è reale?

Il calo delle coperture vaccinali è reale. In Italia esiste un sistema di rilevazione delle coperture vaccinali dell’infanzia piuttosto robusto nel rilevare trend in salita o discesa, proprio perché si dispone di una serie storica di dati molto lunga. I dati raccolti riguardano la percentuale di bambini che abbia completato il ciclo delle vaccinazioni raccomandate entro i 24 mesi di vita. A partire dal 2012 (riferendosi dunque ai nati nel 2010) il sistema ha riportato un lento ma costante calo. È stato proprio per questo motivo che è stato lanciato l’allarme. Credo che sia la prima volta (almeno a mia memoria) che in Italia le più alte autorità sanitarie e persino il Presidente della Repubblica abbiano lanciato un appello del genere. Al netto di fantasiose teorie del complotto, pertanto, direi che la situazione è certamente preoccupante. Il concetto di “immunità di gregge” – dall’inglese herd immunity, termine che personalmente preferirei tradurre con “immunità di gruppo” o “immunità di comunità” – si riferisce ad un concetto epidemiologico piuttosto complesso; infatti spesso si cita la soglia “magica” del 95% come limite al di sotto del quale i livelli di vaccinazione non dovrebbero mai calare, ma quella cifra è da considerarsi solo indicativa. È un po’ come la spia arancione che si accende quando siamo in riserva di carburante: ci dice che è meglio muoversi e fare rifornimento, ma non ci dice se la macchina si fermerà fra 1,2o20 chilometri. Per far questo servono strumenti più sensibili e calcoli più accurati. Facendo un esempio banale: se anche in una popolazione avessimo il 95% di bambini vaccinati, ma il 5% dei non vaccinati fosse tutto concentrato in un quartiere e questi bambini frequentassero la stessa scuola, il rischio di propagazione del contagio esisterebbe nonostante la fatidica soglia. Al contrario, anche coperture leggermente inferiori al 95% potrebbero comunque garantire lunghi periodi di assenza di malattia, se i soggetti suscettibili fossero sparsi nella popolazione e le occasioni di contagio fossero molto basse. Il problema si aggrava, comunque, quando la spia arancione resta accesa per molto tempo: se i livelli di copertura restano bassi per più anni di fila, allora l’accumulo dei non vaccinati diventa sempre più importante e più pericoloso da un punto di vista epidemiologico. Quindi per rispondere in maniera secca alla domanda se il pericolo sia reale o no, la risposta è: sì. Bisogna mettere in atto contromisure per recuperare questi bambini suscettibili alle infezioni che si sono accumulati negli scorsi anni.

Ma se il pericolo è reale, per quali malattie allora l’immunità di gregge sarebbe a rischio?

Quella che, ripeto, preferirei chiamare “immunità di gruppo” sarebbe a rischio per tutte quelle malattie che sono state eliminate o tenute sotto stretto controllo grazie ad essa. Esistono malattie terribili come la polio o la difterite che i cittadini italiani non conoscono ormai da decenni. Ebbene, queste malattie non sono state completamente eradicate dal pianeta. A proposito di poliomielite, finché esisterà anche un solo portatore di virus polio sulla Terra, da solo basterebbe a reintrodurre la malattia in ogni parte del pianeta. Per non parlare della difterite, che ancora è molto diffusa in tante parti del mondo. Casi anche mortali di difterite si registrano di tanto in tanto anche in Paesi della Unione Europea – gli ultimi in Spagna e Belgio – proprio in bambini non vaccinati. La riduzione delle coperture non fa che incrementare questo rischio. A questo si aggiunga il problema storico, tutto italiano, delle coperture contro morbillo, rosolia e parotite che erano deludenti già da prima del citato calo delle coperture iniziato nel 2012. Per queste malattie l’immunità di gruppo non è mai stata raggiunta e l’Italia è ancora una delle nazioni in Europa a registrare costantemente epidemie di morbillo e casi di rosolia congenita. Inoltre, la scarsa attenzione nei confronti della protezione vaccinale si collega sempre ad un aumento di casi di tutte le malattie prevenibili da vaccino, per cui fare distinzione fra questa o quella malattia ha scarsa importanza in termini di salute pubblica. E in ogni caso, anche il singolo bambino non coperto contro una malattia prevenibile rappresenta una sconfitta per la sanità pubblica. È come consentire nuovamente alla gente di andare in giro sul motorino senza casco, dopo tanti sforzi ed investimenti fatti per arrivare a convincere i cittadini ad usarlo in massa.

Abbiamo capito che preferirebbe si utilizzasse il termine “immunità di gruppo” piuttosto che “immunità di gregge”. Crede che anche usare i termini giusti potrebbe aiutare?

Come ho accennato prima, credo che ci troviamo in una situazione sociale e politica senza precedenti nella storia recente. Ed il problema a cui mi riferisco non è solo italiano. Il fenomeno dello scetticismo verso le vaccinazioni colpisce in varia misura tutti i Paesi sviluppati e quelli con economie in transizione, dove progressivamente la percezione della pericolosità delle malattie infettive è andata scemando. Questo fenomeno è stato ribattezzato a livello internazionale “vaccine hesitancy”. La hesitancy consiste proprio nel fatto che una fetta sempre più ampia della popolazione, per i più svariati motivi, non accetta la pratica vaccinale in maniera acritica e passiva. Si va dai genitori che vogliono semplicemente ottenere più informazioni a chi, in maniera estremistica, rifiuta categoricamente ogni vaccinazione e, spesso, diventa un attivista della propaganda anti-vaccini. Capisce bene che in un contesto simile, le parole sono importanti eccome. Associare la parola “gregge” ad una pratica di protezione individuale e collettiva puòsolo stimolare anticorpi negativi proprio in quella fascia di “esitanti” che tutto vogliono tranne che essere considerate pecore da vaccinare in serie.

Se dunque il fenomeno della vaccine hesitancy sembra racchiudere al suo interno posizioni e ragioni molto diverse, allora le strategie atte a contrastarlo non possono che essere altrettanto diversificate e modulabili in base all’interlocutore. Crede che la sanità pubblica sia preparata ad affrontare tale situazione?

Nell’attuale sistema organizzativo vedo diverse criticità. L’organizzazione dei nostri servizi vaccinali è stata disegnata quando per telefonare serviva una cabina ed un gettone di ottone. Allora il calendario vaccinale era molto meno complesso, i genitori si ponevano molte meno domande e, ultimo ma non da ultimo, gli operatori dei servizi erano in media più giovani e, quindi, più motivati e con più energie da spendere. Se vogliamo vincere le sfide lanciate dal nuovo Piano della Prevenzione Vaccinale è urgente avviare investimenti nel settore con l’ingresso di nuova linfa e, comunque, pensare a strategie organizzative innovative. Bisogna infatti sia aumentare la facilità di accesso alle vaccinazioni, ma anche diversificare l’offerta comunicativa: molti genitori vogliono solo un servizio veloce ed efficiente che faccia perdere loro il minor tempo possibile quando vanno a portare i bambini a vaccinare, ma ci sono invece genitori che hanno bisogno di essere ascoltati e rassicurati prima di fare una scelta che, evidentemente, è per loro ansiogena.

In questo quadro, che ruolo ricopre la comunicazione attraverso i social network?

La comunicazione è assolutamente importante. La caratteristica della comunicazione sui social è quella di formare “tribù” all’interno delle quali i messaggi si amplificano e si rafforzano. Per questo motivo i social possono rappresentare una fonte pericolosa di disinformazione: il genitore esitante che capitasse nella “tribù” sbagliata, potrebbe radicalizzare la propria scelta. Così come possono rappresentare una opportunità per la sanità pubblica che dovrebbe, appunto, moltiplicare al massimo le possibilità per i genitori indecisi di imbattersi nell’informazione corretta e trovare conforto alla propria ansia. Ma non dimentichiamo che la fonte primaria di informazioni continua ad essere il medico di riferimento. È qui che dobbiamo combattere la battaglia principale. Sono ancora molti i medici con conoscenze deboli sulle vaccinazioni e, ancor peggio, molto poco propensi all’ascolto. In questo caso migliorare la comunicazione medico-paziente è ancora più importante che intervenire sulla comunicazione fra pari sui social. Con questo non voglio dire che lo sforzo di comunicazione di massa sia inutile. Dico che bisogna stare attenti a che gli sforzi comunicativi siano poi vanificati da una classe medica poco attenta alla comunicazione individuale con il paziente.

Crede che l’introduzione dell’obbligo per l’accesso alle comunità dell’infanzia possa aiutare il sistema e diminuire il carico comunicativo sugli operatori sanitari?

Personalmente ritengo la scelta di molte regioni, fra l’altro sostenuta anche dagli organi centrali, una misura d’emergenza. Può essere un segnale utile a dimostrare ad una larga fascia di indecisi che le autorità socio-sanitarie sono tutte unanimemente convinte sulla utilità individuale e sociale delle vaccinazioni. Certamente non serve nei confronti dello “zoccolo duro” di chi abbia fatto una scelta ideologica contro le vaccinazioni. Anzi in questo caso forse radicalizza ancora di più lo scontro. In sostanza, penso che questa misura possa portare ad un recupero di qualche punto percentuale di copertura, ma gli sforzi comunicativi non possono diminuire.

Eppure sembra che la comunicazione di massa recentemente focalizzata sul problema meningite abbia comunque portato dei benefici aumentando l’attenzione nei confronti delle vaccinazioni in generale…

Non sarei d’accordo nel parlare di benefici. L’attenzione – direi quasi morbosa – dei media nei confronti dei casi di meningite, con bollettini quotidiani su nuovi casi, morti, guarigioni, comunicati prognostici, ha sì portato ad un aumento delle coperture vaccinali contro il meningococco, ma credo abbia scalfito molto poco l’atteggiamento nei confronti delle vaccinazioni nel suo complesso. E comunque, la richiesta vaccinale scaturita dal panico ha un effetto di brevissimo termine. Posso raccontare, anche se solo in maniera aneddotica perché una valutazione sistematica del fenomeno non è stata ancora fatta, che la richiesta di vaccinazione è stata parossistica in vicinanza temporale con la notizia dei casi gravi o fatali di meningite ma è poi scemata nelle settimane immediatamente successive. Molti appuntamenti che erano stati presi in vicinanza della bolla mediatica sono poi andati deserti. Il panico dunque non aiuta ed anzi crea difficoltà ai servizi vaccinali. Purtroppo è difficile in medicina comunicare correttamente il rischio e soprattutto l’incertezza. Ecco dunque l’assalto ai centri vaccinali per richiedere protezione nei confronti di un rischio che (a prescindere dal peculiarissimo caso toscano) non era aumentato di una virgola rispetto agli anni passati, per poi gridare allo scandalo quando si parlava di casi anche fra coloro che erano stati vaccinati, fenomeno questo assolutamente normale e prevedibile quando il numero di vaccinati aumenta nella popolazione. Saper comunicare l’incertezza è un’altra sfida che il professionista della sanità deve oggi saper affrontare.

Last modified: 15 maggio 2017