Vaccini: le priorità di Cittadinanzattiva

Vaccini: le priorità di Cittadinanzattiva

Protezione|

Il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019, coerentemente con il precedente PNPV 2012-2014, ha come obiettivo generale “l’armonizzazione delle strategie vaccinali in atto nel Paese, al fine di garantire alla popolazione, indipendentemente dal luogo di residenza, reddito e livello socio-culturale, i pieni benefici derivanti dalla vaccinazione, intesa sia come strumento di protezione individuale che di prevenzione collettiva, attraverso l’equità nell’accesso a vaccini di elevata qualità, anche sotto il profilo della sicurezza, e disponibili nel tempo (prevenendo il più possibile situazioni di carenza), e a servizi di immunizzazione di livello eccellente”.

Il Piano aggredisce alcuni nodi critici con i quali oggi i cittadini nel nostro Paese si confrontano: ridurre le disuguaglianze che oggi esistono tra le Regioni nell’offerta e nelle coperture vaccinali, garantire accessibilità ai servizi, intervenire in maniera mirata sulle barriere alla cultura della prevenzione.

Questo è ancora più chiaro se si leggono con attenzione gli obiettivi specifici del Piano tra i quali: aumentare l’adesione consapevole anche attraverso campagne di vaccinazione; contrastare disuguaglianze nei gruppi di popolazione marginalizzati o vulnerabili; avere finalmente anagrafi vaccinali informatizzate che coprano tutto il territorio nazionale e interoperabili; sostenere il senso di responsabilità degli operatori sanitari; favorire la ricerca e l’informazione scientifica indipendente.

Per fare tutto questo, però, con una offerta che si amplia notevolmente per effetto del nuovo calendario vaccinale, in particolare in alcune Regioni che fino a qualche giorno fa non prevedevano un “menù” di vaccini gratuiti così ricco, è necessario metter mano alla organizzazione di personale e servizi.

Le segnalazioni che sono giunte a Cittadinanzattiva infatti riguardano genitori che fanno fatica a riprogrammare un richiamo vaccinale per i propri figli in alcune realtà del Paese; disfunzioni organizzative per entrare in contatto con i centri (es. mancate risposte al numero di telefono a disposizione); intempestiva disponibilità di vaccini adatti alla via di somministrazione per persone sottopeso (patch per influenza ad esempio) anche dopo l’avvio di campagne vaccinali anti-influenzali presso gli studi dei MMG; costi elevati per vaccini come meningococco e herpes zoster (160 euro per la vaccinazione!). E ancora dubbi sulla opportunità di vaccinarsi sia in età pediatrica sia in età adulta. Ne sono esempio le associazioni che aderiscono al nostro Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici, che, comprendendo l’utilità dei vaccini, si pongono interrogativi sugli effetti della interazione tra vaccini e farmaci biotecnologici. Per non parlare delle persone che nemmeno sanno quante e quali siano le patologie prevenibili attraverso i vaccini, in particolare in età adulta. Infatti spesso si associa il tema vaccini all’età pediatrica, ma ci si dimentica della protezione possibile nei confronti di persone adulte, magari con fattori di rischio specifici, che potrebbero ridurre il peso della malattia e del dolore o delle conseguenze ad essa associate.

Terreno fertile, dunque, quello dell’informazione corretta sul quale gli attori individuati dal Piano sono chiamati a misurarsi.

INCIDERE SULL’ESITAZIONE VACCINALE

L’ECDC, ovvero il centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha recentemente definito l’esitazione vaccinale come “un comportamento influenzato da diversi fattori tra cui: la fiducia nei vaccini o in coloro che li somministrano; l’indifferenza (non percezione della necessità e dell’importanza del vaccino); e la facilità di accesso. Le persone che mostrano esitazione sulla vaccinazione sono gruppi eterogenei, possono essere indecisi a vari livelli su vaccini specifici o sulla vaccinazione in generale. Alcuni possono accettare tutti i vaccini ma rimanere preoccupati al loro riguardo; altri possono rifiutare, o ritardare, alcune vaccinazioni ma accettarne altre; altri ancora possono rifiutarli in blocco”.

Questa definizione si ritrova all’interno dei risultati dell’indagine qualitativa condotta su un numero ristretto di professionisti (un campione di 65 professionisti di Francia, Croazia, Grecia e Romania) selezionati nelle aree territoriali dove la copertura vaccinale delle popolazione è risultata minore. L’indagine ha fatto emergere che la “vaccine hesitancy” dei medici è diffusa in tutti i paesi coinvolti nel progetto, ma con connotazioni che variano a seconda del contesto . In generale emerge che la gran parte dei medici ritiene che i benefici delle vaccinazioni siano superiori ai rischi; tuttavia molti si sentono in colpa al manifestarsi di un effetto collaterale, visto che sono stati loro a raccomandare di vaccinarsi.

Passando alle “esitazioni”, esse variano a seconda del Paese: in Francia “la paura dei nuovi vaccini” riguarda in particolare quelli introdotti da meno tempo sul mercato, quindi meno supportati dalla pratica clinica. In Romania i medici nutrono dubbi sulla sicurezza e temono i possibili effetti collaterali. In Grecia, gli operatori sanitari ritengono che i bambini siano sottoposti a troppe vaccinazioni. Non è da sottovalutare che 13 degli intervistati hanno la convinzione che i vaccini non siano così necessari, visto che ormai il rischio di contrarre le malattie dalle quali proteggono è basso.

L’esitazione dunque riguarda cittadini e professionisti, dipende da diversi fattori, ha implicazioni dirette sul successo delle politiche di prevenzione vaccinale, riguarda la relazione tra cittadini e professionisti sanitari (e la loro fiducia nei vaccini), così come l’organizzazione efficace dei servizi.

Come ha mostrato un recente studio condotto dalla Regione Emilia Romagna1 rispetto alle vaccinazioni in età pediatrica “i determinanti sociali agiscono sull’adesione alle vaccinazioni in modo discordante rispetto ad altri fenomeni studiati in sanità pubblica. Infatti, il livello socio-economico e culturale più elevato agisce come fattore ostacolante, mentre l’essere stranieri favorisce l’adesione ai programmi vaccinali. Sono proprio le madri più istruite, in età più avanzata e non sposate a vaccinare di meno i propri figli”. I dati raccolti ricalcano sostanzialmente quelli emersi dall’Indagine sui Determinanti del Rifiuto dell’Offerta Vaccinale nella Regione Veneto (2012).

La corretta informazione e l’utilizzo di internet e dei social media risultano particolarmente importanti nell’impatto che hanno sugli atteggiamenti e sulle scelte dei genitori verso le vaccinazioni quando si trovano a decidere per i propri figli. Tuttavia l’informazione su questi temi tra i genitori risulta ancora superficiale, incerta e non sempre soddisfacente: il 30,4% avrebbe voluto saperne di più (40% al Sud). Il pediatra è il professionista che in oltre un caso su due genitori (54,8%) offre informazioni ai genitori, ma il web – e i contenuti che in esso si trovano – incidono molto sull’atteggiamento nei confronti della vaccinazione. E infatti una buona percentuale (circa 4 su 10) di genitori si documenta in rete per operare scelte e in quasi la metà finisce col leggere sui social network articoli sulla vaccinazione.

Circa 8 persone su 10 hanno trovato informazioni negative navigando nel web.

Rispetto al livello di fiducia dei genitori nelle vaccinazioni, il 35,7% è apertamente favorevole alle vaccinazioni e pensa che siano utili e sicure; il 32,3% si esprime a favore solo di quelle obbligatorie e gratuite2. Insomma, il passaparola via web ha lo stesso peso del passaparola dei gruppi delle mamme/ dei genitori quando scelgono sui vaccini per i propri figli: il diffondersi delle esperienze positive o negative raccontate e riportate nei gruppi di classe, tra le mamme che hanno partecipato a corsi di preparazione al parto, etc. rappresentano un canale importante per diffondere fiducia nella vaccinazione che andrebbe maggiormente valorizzato.

Tuttavia sarebbe sbagliato pensare ad una strategia unica e semplice: il fenomeno del rifiuto/sfiducia verso le vaccinazioni è diventato talmente importante e preoccupante che è stato costituito un gruppo mondiale di esperti3 per analizzare le motivazioni del rifiuto vaccinale e dare indicazioni utili su come affrontare questo problema. La conclusione a cui si è giunti è che è necessario procedere prima all’analisi del fenomeno nel Paese, visto che le cause del rifiuto vaccinale possono essere diverse e possono cambiare a seconda dei periodi e delle differenti realtà geografiche. Nel nostro Paese occorre smontare pregiudizi e falsi miti, tanti, troppi consolidatisi nel tempo, anche perché si è trascurato ad esempio il ruolo dei social media/web.

La cultura della vaccinazione, basata sulla conoscenza e sull’empowerment, è importante non solo per l’età pediatrica, ma per tutte le età: porre le basi per la fiducia a partire da quelle che si riferiscono ai bambini, vuol dire generare per gli adulti una fiducia su questo strumento di prevenzione.

È importante ricordare che i primi testimonial delle vaccinazioni sono i professionisti sanitari, quindi essi stessi devono essere convinti, motivati e preparati a gestire ansie, paure, preoccupazioni, scetticismo dei cittadini. Se chi propone il vaccino non ci crede, o non si vaccina per primo (ad esempio, per le vaccinazioni anti-influenzali), difficilmente sarà persuasivo e rassicurante.

L’ORGANIZZAZIONE DEI SERVIZI PER AUMENTARE L’ADESIONE

Accanto agli investimenti sulla consapevolezza e sulla corretta informazione, c’è un altro nodo: quello dell’organizzazione della “rete vaccinale”. Essa può incidere sui risultati delle strategie vaccinali in termini di efficacia degli interventi e di coperture vaccinali conseguite.

Oggi infatti l’organizzazione dei servizi risulta piuttosto differenziata a seconda del territorio in cui ci si trova: può coinvolgere in modo più o meno strutturato e sinergico i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta; oppure può avere un numero più o meno ampio di centri vaccinali.

Lo ha dimostrato in modo molto chiaro il monitoraggio che abbiamo realizzato nel 2011 che ha coinvolto 5 Regioni, 21 ASL, 26 responsabili vaccinali (responsabili ASL o di distretto e responsabili regionali)eicentri vaccinali attivi afferenti alle 21 ASL coinvolte (in totale 668).

L’eterogeneità rilevata mostra che si va dai 15 centri vaccinali attivi in media per ASL nel Lazio ai 67 in Basilicata. Il dato assoluto da evidenziare è relativo ai 7 centri vaccinali attivi nella ASL RME che paragonati ai 70 centri vaccinali attivi presso la ASL di Potenza fa saltare agli occhi una variabilità importante rispetto alla presenza di centri in rapporto al numero di abitanti o al territorio che i centri stessi si trovano a dover coprire.

Sull’organizzazione efficace incide notevolmente anche la presenza o meno di anagrafi vaccinali informatizzate, cioè quegli strumenti che permettono di “condurre i programmi di vaccinazione e il loro monitoraggio. Il loro uso, infatti, facilita lo svolgimento di numerose attività dei Centri vaccinali, tra cui la registrazione dei dati anagrafici e vaccinali, la generazione di inviti, l’identificazione dei casi di mancata vaccinazione, e la gestione delle scorte di vaccini. Semplifica inoltre la stima delle coperture vaccinali, che, insieme all’andamento delle malattie prevenibili e alla frequenza di reazioni avverse, rappresentano un indicatore fondamentale per valutare l’impatto dei programmi di vaccinazione”. E su questo il Piano ha deciso di metter mano attraverso il completamento delle anagrafi vaccinali, interoperabili al livello regionale e nazionale, tra di loro e con altre basi di dati.

Se nel 2011 la situazione era quella descritta dalla tabella che segue, a febbraio 2014 il quadro non era poi così migliorato: solo l’83% delle aziende sanitarie locali aveva una anagrafe vaccinale informatizzata e solo il 25% di queste trasmetteva dati individuali alla propria Regione.

* La Regione Calabria, unica Regione rimasta senza anagrafe vaccinale informatizzata regionale, ha sottoscritto la convenzione con la Regione Puglia per la costituzione, a titolo gratuito non esclusivo, del diritto al riuso del programma applicativo per la gestione dell’anagrafe vaccinale. Nel testo della convenzione si legge che la Regione Calabria corrisponde un importo quantificabile in Euro 180.000,00 a copertura delle spese del Piano di attività (attività oggetto di convenzione, concordate tra le due Regioni).

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Le vaccinazioni rappresentano l’emblema della capacità di rispondere pienamente all’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. In ballo infatti ci sono i diritti individuali e l’interesse di protezione dalle malattie trasmissibili e prevenibili della collettività.

Lavorare perché il Piano consegua pienamente gli obiettivi che il nostro Paese si è dato richiede il contributo di tutti per migliorare la consapevolezza, l’informazione, sfatare falsi miti, restituire uniformità nell’offerta dei vaccini a prescindere dal confine amministrativo di residenza, lavorare per una migliore e più efficace e razionale organizzazione dei servizi. C’è bisogno di un sistema organizzato a rete, che veda coinvolti i Dipartimenti di sanità pubblica, i medici di famiglia e/o pediatri di libera scelta, i farmacisti, gli specialisti e le figure di riferimento per aree specifiche (ad esempio ginecologi, ostetriche, etc.) ma anche la qualificazione e la formazione del personale verso la comunicazione efficace, strumentazioni adeguate per la chiamata attiva ed il catch up, oltre che per la trasmissione ed il controllo al livello regionale dei dati.La bassa adesione alle vaccinazioni tanto nell’infanzia, quanto in età adulta richiedono la messa a punto di una strategia complessa, nella quale la cura della comunicazione, del counseling, la proattività delle Aziende sanitarie locali non può essere lasciata alla sola lettera. La prossimità e la qualificazione dell’informazione divengono dunque un fattore essenziale, nel quale le organizzazioni di cittadini e pazienti devono svolgere una funzione importante, così come nella valutazione dei servizi esistenti e nella identificazione delle aree di miglioramento per renderli più fruibili e vicini ai bisogni dei cittadini. Infine è necessario definire standard nazionali per la diffusione uniforme dei centri vaccinali, che garantiscano la giusta vicinanza e raggiungibilità per i cittadini, ma anche il razionale ed efficiente uso delle risorse.

BIBLIOGRAFIA

  1. Studio di valutazione d’impatto delle disuguaglianze sull’adesione alle vaccinazioni, Servizio Prevenzione Collettiva e Sanità Pubblica Direzione Generale Sanità e Politiche Sociali e per l’Integrazione – Regione Emilia-Romagna. A cura di: Gabriella Frasca, Maria Grazia Pascucci, Nicola Caranci, Alba Carola Finarelli con la collaborazione di: Giulio Sighinolfi, Giuliano Carrozzi, Mauro Palazzi, Patrizia Vitali, Nicoletta Bertozzi, Massimo Farneti, Anna Cicognani, Giuliana Monti, Emilio D’Alò, Marco Betti, Giovanna Bruschi
  2. Censis, 49° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese/2015.
  3. “SAGE (Strategic Advisory Group of Experts) working group on vaccine hesitancy”
  4. Cittadinanzattiva su Eurosurveillance, Volume 17, Issue 17, 26 Aprile 2012

Last modified: 7 luglio 2017