Identità digitale

Identità digitale vs identità personale

Identità, Tech no tech| A cura della Redazione

Cominciamo con la disambiguazione, come fa Wikipedia, e lo facciamo con un esempio: se qualcuno, nel mondo fisico e per l’erogazione di un servizio, ci chiede di vedere la nostra carta d’identità noi gli forniremo un pezzo di carta in cui c’è la nostra foto, il nome e il cognome, la data di nascita, l’altezza, il colore di occhi e capelli e se siamo donatori di organi o no.

Nella maggior parte dei casi, online, tutto questo non accade: nel momento in cui ci iscriviamo a un servizio che prevede una registrazione, non c’è la necessità di verificare la nostra identità, cioè di assicurare (ad esempio a Google) che noi siamo effettivamente chi diciamo di essere, quello che basta è disporre alla fine del percorso di registrazione di una username e di una password, che andranno a costituire la nostra identità digitale. Fin qui nessun problema, anzi. Paradossalmente invece, tutte le volte in cui effettueremo il log in per accedere a un servizio on line, finiremo per fornire molte più informazioni del necessario, informazioni che hanno a che fare proprio con la nostra “identità digitale” e riguardano, ad esempio, il luogo in cui ci troviamo, il tipo di device con cui accediamo al servizio, i nostri gusti, le nostre preferenze, quello che abbiamo cercato online. La nostra “identità digitale” quindi a ben vedere appartiene molto più a loro, che a noi.

Dov’è il problema? Il problema nasce nel momento in cui la nostra identità digitale può fornire informazioni anche sui nostri dati sensibili: etnia, identità sessuale e di genere, opinioni politiche, credenze religiose, stato di salute, dichiarazione dei redditi.

Quello a cui si dovrebbe arrivare, invece, è una gestione dell’identità digitale per cui a essere condivise sono solo quelle informazioni necessarie alla fruizione del servizio a cui ci siamo rivolti: il governo italiano da un anno e mezzo ha avviato la possibilità per il cittadino di creare una identità digitale unica (SPID – Sistema Pubblico di Identità Digitale) con cui accedere a tutti i servizi “pubblici” (da quelli sanitari a quelli relativi al fisco, passando attraverso tutta la pubblica amministrazione), ma anche a quelli privati che vorranno aderire.
Con SPID non c’è profilazione degli utenti, idati condivisi sono solo quelli effettivamente necessari al sistema per proseguire con la nostra identificazione: la tutela della privacy è quindi garantita e la nostra “identità” digitale è verificata (noi siamo proprio quelli che diciamo di essere). D’altro canto però i punti deboli sono: la pressoché totale assenza di servizi sanitari online e la scarsa adesione (finora sono state erogate circa 1 milione e mezzo di identità digitali). Da chi prendere esempio allora? Uno dei paesi europei più avanzati in tema di digital identity è l’Estonia (avete presente Skype? L’hanno inventato lì) : a parte tre “transazioni” (acquisto di una casa, matrimonio, divorzio) tutte le altre pratiche/transazioni che un cittadino può dover affrontare nella sua vita civile possono essere effettuate online.

La carta d’identità estone può essere utilizzata non solo per identificarsi in forma digitale ma anche per firmare documenti legali, votare alle elezioni politiche, pagare le tasse, diventando lo strumento attraverso il quale la pubblica amministrazione trova un efficientamento in altri paesi impensabile e permettendo all’Estonia di risparmiare circa il 2% del suo PIL. Un esempio? In campo sanitario è digitale il 97% delle prescrizioni.

Quello che interviene a complicare le cose è il continuo sviluppo di nuove tecnologie nel campo che rendono obsolete e all’apparenza meno sicure le tecnologie precedenti: un esempio per tutti, in questi giorni Apple ha lanciato il nuovo iPhone X in cui scompare il tasto centrale che riconosceva la nostra impronta e consentiva di sbloccare il telefono con una delle nostre cinque dita e compare invece Face ID, il nuovo sistema di riconoscimento biometrico facciale che assocerà in modo univoco il nostro volto al telefono, con un margine di errore di 1 su un milione rispetto a 1 su 50.000 del precedente sistema con impronta Touch ID.

Quanto ci allontaniamo dagli scenari alla “Black mirror” e quanto ci avviciniamo però alla verità nel sostenere che i sistemi di identità digitale vinceranno su quelli analogici solo nel momento in cui una sola tecnologia si affermerà e diventerà stabile almeno quanto lo è il pezzo di carta (o di plastica) che conserviamo nel portafoglio?

Last modified: 19 ottobre 2017