Salute mentale

Salute mentale: il percorso di cura parte dall’identità

Identità| Articolo di Fabio Ambrosino

È un pomeriggio dell’autunno del 2011 quando Brandon Chuang, all’epoca ventiquattrenne, comincia a sospettare che qualcuno abbia hackerato il suo profilo Facebook. Fresco di laurea in biologia molecolare, ha da poco accettato una posizione come assistente di ricerca in un laboratorio della University of California che si occupa di schizofrenia. È lì che si trova quando intravede per la prima volta dei messaggi nascosti nella sua home page. Si convince quindi di essere vittima di un’inquietante cospirazione segreta, di essere spiato e costantemente in pericolo. I suoi colleghi, accusati di far parte del complotto, capiscono così che Chuang è schizofrenico. La sua paranoia è la stessa dei soggetti su cui svolge i suoi esperimenti, la sua rabbia è quella di un ricercatore trasformatosi in un ricercato. La sua storia rappresenta quindi una preziosa occasione per indagare da vicino l’esperienza della malattia mentale. Un’esperienza la cui comprensione non può prescindere dallo studio del soggetto in quanto persona, dall’analisi della sua storia, della componente inconscia del suo Io e delle molteplici sfaccettature della sua identità.

Al momento della prima visita psichiatrica l’elenco dei sintomi manifestati da Chuang descrive un tipico scenario psicotico: deliri,allucinazioni, livello di funzionamento inferiore al periodo precedente l’esordio. Ma lui non è un paziente qualsiasi. È terrorizzato perché sa bene cosa significa essere schizofrenici, perché ha visto da vicino quello che potrebbe succedergli. Ma è anche, allo stesso tempo, determinato e consapevole delle sue possibilità. “L’esperienza soggettiva di ognuno di noi dipende da una narrazione storica unica”, sostiene lo psichiatra statunitense Glen O. Gabbard, autore di un intervento al XXI Congresso della Società Italiana di Psicopatologia. “Questa è influenzata da conflitti inconsci, meccanismi di difesa, relazioni interpersonali interiorizzate, caratteristiche neuroanatomiche, interazioni tra fattori genetici e ambientali, affiliazioni sociali, stili cognitivi e altro ancora”. Tutti fattori che inevitabilmente influenzano la personalità di un individuo e che possono fare la differenza, da un punto di vista clinico, in termini di outcome. Un paziente qualsiasi, in altre parole, semplicemente non esiste.

Una persona, inoltre, non è mai un’entità monolitica: in ogni individuo convivono perennemente molteplici sé, ognuno dei quali è il prodotto di esperienze e meccanismi mentali legati a contesti specifici. Sempre Gabbard ci ricorda che secondo Daniel Dennett, filosofo statunitense che si occupa di coscienza: “I diversi sé non sono elementi che esistono indipendentemente, ma artefatti dei processi sociali che ci definiscono come persone”. Brandon Chuang è uno schizofrenico, ma è anche un ricercatore, un biologo, un tifoso dei San Francisco Giants, un timido ragazzo californiano che ha provato a baciare due colleghe del laboratorio. Questa compresenza di personalità, sottolinea Gabbard, è alla base di un noto paradosso del lavoro psicoanalitico: “Più i pazienti imparano a tollerare la natura molteplice del proprio sé, più cominciano a percepirsi come dotati di coerenza”. Ciò significa accettare che aspetti diversi della personalità siano evocati da specifiche situazioni contestuali, in relazione alle quali, inevitabilmente, si cambia. “Per questo – spiega lo psichiatra americano – una delle determinanti più importanti della persona è la cultura in cui questa vive”.

Ma se ciò è vero per il paziente, lo è anche per lo psichiatra. Non si può non considerare che il processo terapeutico, soprattutto in un contesto come quello della salute mentale, consiste in un lavoro di squadra. “Anche la persona del terapista deve essere tenuta da conto, – spiega Gabbard – bisogna riconoscere che noi [clinici] reagiamo alle parole che ascoltiamo e che, in molti casi, preferiremmo non ascoltarle”. Lo psichiatra che aveva preso in cura Chuang, ad esempio, aveva inizialmente effettuato una diagnosi di depressione e ansia sociale, forse mosso dalla volontà di non affibbiare al giovane ricercatore la paralizzante etichetta di schizofrenico, esponendolo però ai rischi di un trattamento farmacologico inadeguato. La costruzione di una solida alleanza, basata sulla condivisione esplicita di metodi, obiettivi e stati affettivi, è invece uno dei fattori più importanti nel determinare la riuscita della terapia. “L’incontro con lo psicotico significa in parte psicoticizzarsi con lui”, sosteneva Bruno Callieri, clinico italiano e teorico della psichiatria fenomenologica.
“È quando le nostre storie si incontrano che ci capiamo”. Come spiega Mauro Maldonato, nel saggio che introduce la riedizione dello storico volume Quando vince l’Ombra, per Callieri l’incontro delle storie è un viaggio nell’ombra, un viaggio al termine del soggetto. Nella costruzione dell’alleanza terapeutica, lo psichiatra deve quindi fare appello alla passione più che alla pretesa di corrispondere a una qualsiasi verità oggettiva, deve immergersi nella natura oscura, contraddittoria e molteplice della vita del paziente. Egli “è colui che – come un esordiente o eterno debuttante – ritorna ogni volta daccapo, con ogni uomo daccapo”.

La storia di Chuang, chiarita la diagnosi e individuato il trattamento più appropriato, è poi giunta a un punto di svolta. La sua curiosità e il suo interesse per la ricerca gli hanno permesso di trovare un elemento di coerenza nella sua identità e, soprattutto, un obiettivo da perseguire: ritornare in laboratorio. Obiettivo raggiunto, infine, a circa un anno di distanza dall’esordio psicotico. Ora studia come alleviare le sofferenze di chi, come lui, ha vissuto la solitudine e le difficoltà sociali associate alla schizofrenia. Nel tempo libero, poi, va nelle scuole e nei centri di salute mentale a raccontare la sua esperienza per conto della National Alliance on Mental Illness. “È fondamentale – conclude Gabbard – lasciare che il soggetto narri la sua storia, senza interromperlo. In terapia noi prendiamo spesso una strada sbagliata, ma i pazienti ci aiutano a focalizzare la nostra attenzione su ciò che per loro è veramente importante. Essi non sono interessati a tutti i premi e i diplomi appesi alle nostre pareti, vogliono un medico che li conosca veramente”.

Fabio Ambrosino è science writer e comunicatore scientifico. Dopo la laurea in Neuroscienze e Riabilitazione Neuropsicologica, ha seguito un master in Comunicazione della Scienza presso la SISSA di Trieste. Attualmente lavora come web editor per Il Pensiero Scientifico Editore, dove si occupa principalmente di cardiologia e oncologia.

Last modified: 23 ottobre 2017