LADY GANGA - Nilza’s story

The Danish Girl: oltre gli stereotipi di genere

Identità, Dr Movies|

Io non so che genere di aiuto mi occorra. Ma non posso vivere senza sapere chi sono veramente.

Tra le tante parole che Einar Wegener pronuncia per spiegare ai numerosi medici che lo visitano perché cerca il loro aiuto, questa è una delle frasi più dolorose. Perché spiega l’abisso che si spalanca di fronte a un essere umano che non si riconosce più. Siamo nel 1910 circa, a Copenaghen, Einar Wegener e Gerda Gottlieb sono due giovani sposi e illustratori: il posare in abiti femminili per la moglie Gerda è l’occasione per Einar di ritrovare “Lily”, la sua vera e unica identità, che nella vita oramai adulta chiede di essere riconosciuta e vissuta.

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“Non c’è niente che non va in me”. Nonostante Einar (lo chiameremo così prima della sua transizione all’identità femminile) abbia chiaro da subito di non avere nessuna malattia, la risposta della maggior parte dei medici a cui si rivolgerà per scoprire da dove origina il suo disagio sarà però quella di proporgli una cura per ristabilire una presunta normalità: dalla diagnosi di schizofrenia, a quella di omosessualità, dalla esposizione ai raggi “benefici” alla proposta di internamento in un ospedale psichiatrico, quello che Einar cerca (qualcuno che capisca che l’unico vero errore lo aveva compiuto la natura, dandogli il corpo di un uomo quando tutto il suo essere interiore era una donna) lo troverà in un medico forse fin troppo compiacente e spregiudicato. Sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano come una cultura accademica eteronormativa e la permanenza di difficoltà comunicative nell’accesso ai servizi sanitari determinano un bisogno insoddisfatto di salute, prevenzione e cura per le persone LGBT e transgender. Una disparità di accesso che genera inequità e che deve essere riconosciuta ed eliminata.

Secondo una survey di qualche anno fa pubblicata sul JAMA (1) il tempo dedicato dagli studenti di medicina e specializzandi americani alle tematiche legate ai bisogni sanitari di pazienti LGBT e transgender era in media di sole 5 ore. Non va meglio in Inghilterra, dove in un recente articolo pubblicato sul BMJ (2) si evidenzia come i pazienti con disforia di genere che accedono ai servizi sanitari sono per la maggior parte insoddisfatti della interazione con i medici, con i quali permangono difficoltà di comunicazione dovute alla scarsa conoscenza da parte degli operatori sanitari della realtà delle persone transgender.

Sull’argomento abbiamo intervistato Michele Formisano, persona transgender FtM (Female to Male) e Presidente sia dell’Associazione T Genus (per la tutela dei diritti delle persone transessuali e transgender) sia del Network Persone Sieropositive Puglia (NPS Puglia). Ascoltare le sue parole che nascono dalla conoscenza per vissuto personale e impegno sociale è una condizione imprescindibile
per un primo fondamentale passo: acquisire la consapevolezza come medici e operatori sanitari che i pregiudizi e gli stereotipi di genere ancora esistono e rappresentano un ostacolo al rispetto dei principi fondanti del Servizio Sanitario italiano, quelli dell’universalismo e dell’equità d’accesso.

Fonti
1.
Obedin-Maliver J, Goldsmith ES, Stewart L, et al. Lesbian, Gay, Bisexual, and Transgender–Related Content in Undergraduate Medical Education. JAMA. 2011;306(9):971-977.
2.
Barrett J. Gender dysphoria: assessment and management for non-specialists. BMJ 2017;357: j2866.

Last modified: 20 ottobre 2017