Alle frontiere del terzo settore

Frontiere| Intervista ad Anna Lisa Mandorino

Alcune false partenze e qualche pit stop obbligato, ma alla fine la riforma del Terzo Settore è giunta al traguardo, con l’entrata in vigore nei primi giorni dell’agosto 2017 del Decreto legislativo 3 luglio 2017, n. 117 noto come “Codice del Terzo settore” .
A lungo auspicata per mettere ordine nella stratificazione legislativa che aveva portato alla proliferazione di forme giuridiche (organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, onlus, associazioni di promozione sociale, imprese sociali), la riforma porta con sé alcune novità importanti, anche per le associazioni di pazienti, che vedono confermato e supportato il loro fondamentale ruolo di advocacy e tutela dei diritti dei pazienti. Sull’argomento abbiamo intervistato Anna Lisa Mandorino, Vicesegretario generale di Cittadinanzattiva che ha seguito la riforma dall’inizio e ha risposto per noi ad alcune domande.

“Lo chiamano terzo settore ma in realtà è il primo…:”: le Linee Guida per la Riforma del Terzo Settore si aprono con questa frase…
Si è cominciato a parlare di questa riforma del terzo settore nel 2014 e in quell’occasione sono state pubblicate queste linee guida che definivano appunto il terzo settore come il primo in ordine di importanza; linee guida che si caratterizzavano anche per un approccio un po’ troppo retorico al tema, facendo una serie di considerazioni più di ordine etico, distinguendo cittadini buoni da cittadini cattivi. Ma in realtà il terzo settore è importante per la vita dei cittadini per un motivo molto semplice: perché le attività del terzo settore sono attività che contribuiscono alla costruzione dell’interesse generale e lo fanno perché c’è un articolo della Costituzione, l’articolo 118, ultimo comma, che prevede la possibilità per i cittadini di organizzarsi (o anche da singoli) e svolgere questo tipo di attività. Perciò, come
Cittadinanzattiva, abbiamo lavorato tanto affinché si passasse da quelle linee guida ad una legge che, recependo il lessico dell’articolo 118 ultimo comma della Costituzione, definisse gli enti di terzo settore come quegli enti in cui i cittadini si organizzano per fare attività che vanno nel senso della costruzione dell’interesse generale con un approccio ovviamente volto all’utilità sociale e alla volontarietà della loro azione.

La riforma è stata annunciata nel 2014: quali sono stati i principali passaggi e i nodi più critici che hanno portato alla sua attuazione?
È stata una riforma che ha avuto un iter molto lungo nel passaggio dalle linee guida al lavoro che c’è stato poi presso le commissioni parlamentari, con relativi passaggi alle Camere e infine con i decreti attuativi che nell’estate del 2017 hanno chiuso il cerchio della messa a punto di questa riforma. Ci sono stati passaggi delicati soprattutto perché all’interno del terzo settore e della riforma del terzo settore
è stato necessario tenere insieme delle organizzazioni anche molto diverse tra di loro: le organizzazioni di volontariato, le associazioni, le organizzazioni di promozione sociale, ma anche le imprese sociali che hanno trovato ampio spazio nel dettato della norma. Quindi questo tentativo di tenere insieme delle anime del terzo settore che sono anche molto differenti e che prima venivano normate attraverso albi e modalità differenti tra di loro ha comportato un iter non facile ma lungo e anche faticoso nella sua attuazione.

Una riforma di cui ci si può ritenere soddisfatti o ci sono degli spazi auspicabili di miglioramento?
Come tutte le riforme, andrà valutata alla prova dei fatti perché è chiaro che le norme sono importanti ma ci sono anche tante norme in Italia che poi sono disattese o addirittura non del tutto confacenti alla realtà. Noi siamo stati contenti del fatto che in questa riforma sia stato recepito molto dell’impostazione dell’articolo 118 ultimo comma della Costituzione e che nella definizione degli enti di terzo settore ci si sia soffermato anche molto sul fatto che delle attività di questi enti ne vada misurato l’impatto di cambiamento rispetto alla realtà, siamo anche contenti del tentativo che si è fatto di mettere ordine in un sistema di albi, di normative che era col tempo era si era eccessivamente stratificato. Certo mancano ancora tutta una serie di normative e di decreti specifici che trasformino dei principi ancora generali
in applicazioni concrete e utili anche alle associazioni e agli enti di terzo settore.

Quali sono i cambiamenti concreti che porterà nel Terzo Settore?
Noi speriamo che il cambiamento più concreto vada nel senso della semplificazione della vita per le attività di terzo settore e anche di una riconoscibilità, di una omogeneità tra gli enti di terzo settore. Sicuramente la riforma prevede dei passaggi di trasparenza e di necessità di rendicontazione e di accountability per le organizzazioni di terzo settore maggiori rispetto al passato e anche questo speriamo che non sia un esercizio formale ma diventi per le organizzazioni di terzo settore anche un modo per pianificare meglio e poi rendere conto delle attività che si fanno, per esempio tutte le organizzazioni che superano il milione di euro di bilancio sono tenute per la riforma a fare un bilancio sociale delle loro attività e noi speriamo che questo sia un impegno che le organizzazioni prendano sul serio con una pianificazione e poi una valutazione dell’impatto che si ottiene mediante le azioni e le attività che si svolgono.

Con riferimento specifico al mondo delle Associazioni di Pazienti, la riforma richiede requisiti specifici e diversi di rappresentatività?
La riforma in generale persegue anche la costruzione di reti o comunque privilegia associazioni che abbiano dimensioni e capacità consistenti di azione; una delle cose su cui abbiamo maggiormente lavorato è il fatto che quando è stato pubblicato il codice delle attività di interesse generale, cioè l’elenco di tutte le attività che gli enti di terzo settore potevano mettere in pratica, l’enfasi e l’attenzione era posta principalmente su quelle organizzazioni e quegli enti che forniscono servizi rispetto a quelle che tutelano, per esempio i diritti dei pazienti, come anche fa Cittadinanzattiva. Quindi grande focus sugli enti erogatori di servizi, addirittura nella prima versione del decreto rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza, assicurare i quali sappiamo essere una prerogativa dello Stato, dal momento che sono pagati con la fiscalità generale, piuttosto che delle associazioni che fanno un’attività altrettanto importante ma in questo momento evidentemente un po’ disconosciuta come quella di advocacy e tutela delle persone. Grazie anche all’intervento di Cittadinanzattiva e di altre organizzazioni che hanno lavorato su questo, sono state inserite tra i criteri che qualificano gli enti del terzo settore quelle attività volte alla tutela dei diritti civili, dei diritti sociali e dei diritti umani e che in una prima redazione del decreto non c’erano.
Come crede che il panorama attuale dell’Associazionismo di Pazienti muterà alla luce della riforma?
È probabilmente necessario che le associazioni dei pazienti, dal momento che la riforma privilegia reti e associazioni di maggiori dimensioni rispetto a quelle molto piccole, imparino a lavorare insieme, a fare delle alleanze, a costruire delle partnership tra di loro tanto più che questa dovrebbe essere una vocazione alla quale spontaneamente gli enti di terzo settore dovrebbero andare incontro perché lavorando insieme ovviamente si ottiene di più, si ottengono risultati più concreti, più tangibili, più incisivi.

 

Last modified: 17 gennaio 2018