Cura: una parola mitica dai molti significati

Cura| Articolo di Giorgio Bert

Il mito: “La Cura, mentre stava attraversando un fiume, scorse del fango cretoso; pensierosa, ne raccolse un po’ e incominciò a dargli forma. Mentre è intenta a stabilire che cosa avesse fatto, interviene Giove. La Cura lo prega di infondere lo spirito a quello che aveva formato. Giove acconsente volentieri. Ma quando la Cura pretese di imporre il suo nome a ciò che aveva formato, Giove glielo proibì esigendo che fosse imposto il proprio. Mentre la Cura e Giove disputavano sul nome, intervenne anche la Terra, reclamando che a ciò che era stato formato fosse imposto il proprio nome, perché gli aveva dato una parte del proprio corpo. I disputanti elessero Saturno a giudice. Il quale comunicò loro la seguente equa decisione: «Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possieda la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)”.
I significati: in origine il termine ha due significati principali: “sollecitudine, interessamento premuroso” e “inquietudine, preoccupazione”. Nel parlare comune la parola è invece di solito riferita all’ambito clinico come sinonimo di “terapia”; in altre parole si “cura” non una persona ma una malattia, e la cura è in genere un farmaco.
Se però riportiamo il concetto ai suoi significati originali, la cura, intesa come “inquieta sollecitudine”, riguarda la vita; in questo senso preferisco usare il termine con l’iniziale maiuscola: Cura.

Se si ingabbia la cura nel contesto sanitario, nell’universo ristretto della medicina, l’obiettivo è la riduzione o l’eliminazione del malessere, del disagio, della malattia; nel caso della Cura invece l’obiettivo è il raggiungimento del maggior benessere possibile in un dato momento in un dato contesto. Nel primo caso il focus è posto sulla malattia, nel secondo sulla salute: la differenza è sostanziale.
In una visione sanitaria, la cura è il prodotto dell’opera umana; il mito suggerisce invece che l’essere umano è il prodotto della Cura: in altre parole la Cura siamo noi stessi, figli dell’inquietudine ma anche, come ci insegna il comune etimo, della “curiosità”, intesa non come pettegolezzo ma come genuino interesse per gli altri.
La Cura insomma non è (solo) un intervento tecnico che un sapiente compie nei confronti di un oggetto danneggiato: la Cura è una relazione tra due soggetti che insieme costruiscono uno spazio (sempre provvisorio e variabile) di salute. Lo spazio nasce dal mettere in comune le risorse di ciascuno: quelle che a uno dei soggetti fornisce la competenza tecnica e quelle che all’altro, persona, quindi corpo/mente/anima, dà la consapevolezza, l’esperienza, la conoscenza di sé.
L’obiettivo comune è sempre la salute, non la “non-malattia”; e per salute intendo l’armonica interazione di molteplici elementi: biologici, psichici, spirituali, sociali, ambientali: in questo senso parlo di persona come corpo/mente/anima, dove col termine “anima” non definisco qualcosa di metafisico ma l’insieme degli aspetti di salute che non possono essere contati, pesati, misurati “scientificamente”: bellezza, armonia, piacere, felicità, amore…
La Cura è quindi opera costante di numerosi diversi protagonisti uno dei quali è la persona, soggetto e non oggetto, che in quel momento ha necessità di ottenerla.
La Cura è anche la risposta della comunità ai bisogni di salute dei cittadini: bisogni espressi da loro stessi, non immaginati, interpretati, decisi da esperti e da sapienti.
La salute si difende solo in minima parte nei grandi centri clinici e ospedalieri, che pure drenano la maggior parte delle risorse; in realtà la salute, lo star bene, consiste in una serie di interventi minori di “piccolo welfare quotidiano” che rendono la vita più piacevole o comunque più vivibile, in particolare agli anziani e alle persone fragili.

Gli ospedali curano malattie ma anche producono malattie; tutti gli interventi che favoriscono il mantenimento della persona nel mondo “normale” costruiscono salute: sta qui il passaggio dalla cura come terapia alla Cura intesa come aver cura, prendersi cura, favorire la capacità propria di ogni persona (corpo/mente/anima) di curare se stessa.
In sintesi:

  • la vita “normale” comprende benessere così come disagio, dolore, malattia.
  • Promuovere e difendere la salute significa non solo ridurre il malessere ma facilitare in ogni momento il maggior benessere possibile anche nelle fasi della vita in cui il disagio è massimo.
  • Per la più parte delle persone, in particolare quelle fragili, il benessere passa da quello che definiamo “minimo welfare quotidiano”: esso richiede l’impegno dei singoli, del sistema sociale e sanitario, della comunità.
  • Il welfare minimo è prevalentemente domiciliare: 24 ore non necessarie su una barella al Pronto Soccorso possono disorientare, devastare un anziano per settimane e più.
  • Molte persone, i soggetti anziani in particolare, non amano i cambiamenti: occorre accompagnarli in questo percorso senza imporlo.
  • È importante che gli interventi siano inseriti nel Servizio Sanitario e non risultino sporadiche o casuali iniziative caritative o assistenziali: ottenere, se non la salute, il massimo livello possibile di salute è un diritto di ogni cittadino.
  • L’intera comunità, operatori e cittadini, è coinvolta in questo movimento di promozione della salute. Si tratta, lo abbiamo visto, di progetti minimali: scoprire insieme che la salute si difende e si promuove nel quotidiano assai più che nei “centri di eccellenza” è davvero una rivoluzione.

A questo punto però ho l’impressione di star facendo un discorso astratto… Perché il mondo “lì fuori”, quello reale, mi viene proprio ora sbattuto davanti da alcuni episodi piuttosto sconvolgenti. Un esempio: tra gli interventi di cura quotidiana minimale ci sono i pasti a domicilio per soggetti poco autosufficienti. Racconta un’amica: “Pasti caldi… dipende da chi li fa. Pochi mesi fa vicino a dove abita mia mamma. Arriva l’addetto. Deve fare presto. Ha tanti vassoi da consegnare. Suona più volte il campanello della casa dove abita una signora che tutto sommato non sta malissimo. Non risponde. Riprova varie volte. Non risponde. Forse sarà in bagno. Lascia il vassoio davanti alla porta e riparte. Dopo alcune ore escono dall’appartamento accanto dei signori. Vedono il vassoio per terra. Si spaventano. Aprono la porta (avevano la chiave per precauzione) e trovano la signora in una situazione indicibile… Risultato: ora è in una RSA, semiparalizzata.”
Forse la medicina avrebbe fatto poco per la patologia, ma, in un contesto di Cura, almeno la signora non sarebbe rimasta per terra, sola e terrorizzata, per chissà quante ore.
Eh già… se un intervento di Cura (sollecitudine, preoccupazione, condivisione…) viene scambiato per un intervento meramente assistenziale tipo Pizza A Domicilio, qualcosa davvero non va.
Un’altra esperienza narrata (simile a tante) riguarda un percorso diagnostico:

  • “Attese snervanti di ore senza che nessuno ti rivolga la parola;
  • referti incomprensibili e nessuno che te li spieghi;
  • non c’è presa in carico: nessun regista. Giro di reparto in servizio col mio plico di referti e rispiego a tutti sintomi e storia;
  • qualche medico ti strapazza e ti tratta con irritazione, come fossi la vicina rompiballe;
  • fai code per parlare ma ogni quesito è “stupido” e dopo due telefonate ti fanno rispondere dall’infermiera, così non li scocci;
  • anche i medici mentono. Ti dicono di tornare, che ti chiameranno, di avere pazienza perché hanno da fare e devono ancora parlare col collega. Passano otto giorni: il collega lavora al piano di sotto, basterebbe telefonare… e il referto è fatto di due righe, ma tu devi andare e venire tre volte da casa all’ospedale. Esperienza sconfortante…”

Il pensiero corre ai mitici Paesi del Nord… Lì sì che il welfare funziona… O no? Scrive un’amica svedese: “Qui si deve spesso aspettare ore ed ore al pronto soccorso e questo vale soprattutto per gli anziani perché spesso sono multimalati e non ci sono letti: questa mancanza dipende dal fatto che mancano le infermiere e questo dipende dal fatto che le infermiere trovano che le condizioni del lavoro sono pessime e che sono mal pagate (spesso vanno in Norvegia dove gli stipendi sono più alti). Per quanto riguarda i centri medici non è sempre facile vedere quello che è designato come tuo “medico di famiglia”. Le ragioni sono varie: i medici devono fare tutte le faccende burocratiche perché il mestiere di “segretaria” è stato abolito e c’è un misto Regione/privato che non sempre ha funzionato. Bisogna dire però che quando si tratta della cura di malattie gravi i medici sono bravissimi. È il sistema che non funziona.”
E allora ci domandiamo un po’ sconfortati: ma la cura intesa come Cura esiste davvero o è un sogno, un’utopia, un immaginario da noi stessi inventato?
“È il sistema che non funziona”. Come si cambia un sistema?

Giorgio Bert
Medico, studioso di medicina narrativa

Last modified: 16 maggio 2018