Antimicrobico-resistenza

Antimicrobico-resistenza: la sfida sostenibile

Sostenibile| A cura della Redazione

La sfida è quella di difendere la nostra difesa, gli antibiotici. Tecnicamente significa parlare di “diagnostic & antimicrobial stewardship”. Epidemiologicamente parliamo invece di più di 4 milioni di persone l’anno che, nella sola Europa, vengono colpite da infezioni batteriche ospedaliere, con 25mila morti stimate per infezioni provenienti da germi resistenti. L’antimicrobico-resistenza (AMR) è stato il tema oggetto del convegno organizzato da MSD Italia dal titolo “Scenari, priorità e obiettivi, secondo un approccio One Health” (Roma, 14 giugno): punti di vista di esperti a confronto per cercare soluzioni e proposte condivise, perché per vincere questa lotta occorre fare sistema.
Cittadinanzattiva ha promosso nel 2017 un tavolo di lavoro per il monitoraggio dell’antibiotico-resistenza negli ospedali italiani: “I dati del Rapporto Pit (Progetto Integrato di Tutela) Salute 2017 hanno evidenziato una lieve riduzione delle infezioni ospedaliere rispetto all’anno precedente (dal 5,4% del 2015 al 4,3% del 2016); ma un aumento delle segnalazioni relative alle condizioni delle strutture (dal 26% del 2015 al 30% del 2016) e alla disattenzione del personale sanitario (dal 10% del 2015 al 14% del 2016). Ciò che preoccupa è la poca “accortezza” nel mettere in pratica procedure e standard di sicurezza che potrebbero evitare, prevenire o almeno ridurre l’insorgenza di infezioni. Sono state oggetto di segnalazione, in alcuni casi, il cattivo/scarso uso di guanti e di camici; la mancata sostituzione delle scarpe fuori e dentro l’Ospedale, la poca attenzione al lavaggio delle mani, etc.”
Quella delle persone che muoiono in seguito ad infezioni nosocomiali è una “pandemia silenziosa”. Come riportato nel volume “Il gesto che salva la vita” : “per curare i malati, occorre prima di tutto curare la struttura che li prende in carico”.
Negli ospedali di tutto il mondo, ogni giorno almeno mezzo milione di malati si infetta e da 20.000 a 50.000 persone muoiono per la mancata applicazione di una pratica apparentemente molto semplice: lavarsi le mani. Questa semplice azione potrebbe dimezzare i numeri appena letti. In breve, si potrebbe ridurre la mortalità del 50% e anche del 75% nei paesi in via di sviluppo.
In Italia la situazione epidemiologica, come riportato da Gianni Rezza, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed Immunomediate, Istituto Superiore di Sanità, è una delle più problematiche: veniamo dopo Romania e Bulgaria, peggio del nostro Paese, solo la Grecia. “Persiste il grave problema dei batteri GRAM-, come Acinetobacter, Escherichia coli o come la Klebsiella pneumoniae: un batterio presente in maniera consistente nei reparti di terapia intensiva, che ha già mostrato resistenze alle cefalosporine e ai carbapenemi e che oggi viene trattato, come ultima spiaggia, con antibiotici ritenuti desueti, come la colistina, considerato ormai un salvavita. Purtroppo però abbiamo già avuto evidenze di ceppi resistenti anche a questo farmaco.”
Questa è la situazione rilevata, lo scorso anno, anche nel corso dell’ultima visita in Italia dell’European Center for Diseases Control (ECDC) (scarica il report).
secondo cui resta ancora molto da fare per giungere a una reale armonizzazione delle strategie in atto in Italia. Infatti, accanto a realtà virtuose e da anni impegnate nelle attività di sorveglianza e controllo dell’antimicrobico-resistenza e delle infezioni correlate all’assistenza (ICO), ve ne sono altre in cui le misure di contrasto alle resistenze antimicrobiche sono poco organizzate e poco efficaci. Per fare fronte a questa problematica, il Ministero della Salute ha messo a punto un Piano Nazionale di Contrasto all’antimicrobico-resistenza (PNCAR). “Alla approvazione del PNCAR è seguita l’istituzione, con Decreto del Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del 3 novembre 2017, di un Gruppo Tecnico di Coordinamento (GTC) nazionale della strategia di contrasto dell’antimicrobico-resistenza, che riunisce le istituzioni centrali e regionali e le maggiori società scientifiche/federazioni coinvolte nella problematica.
Il GTC si è dato un metodo di lavoro per Gruppi di Lavoro (GdL), coincidenti con le aree del PNCAR, e ha approvato il proprio Regolamento nonché le Linee di indirizzo per il Governo” ci spiega Claudio D’Amario – Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute. Gli obiettivi? “La stabilizzazione e capillarizzazione delle sorveglianze, la messa a regime delle buone pratiche in buona parte del Paese, il mantenimento di un coordinamento centrale per contrastare il fenomeno dell’antimicrobico-resistenza a livello nazionale, una esercitazione fattuale dell’approccio multisettoriale One Health attraverso l’integrazione di tutti i settori interessati”.
Due quindi le parole chiave per vincere la sfida: stewardship e approccio One Health; la prima, come ci spiega il professor Matteo Bassetti, Vice Presidente SITA – Società italiana terapia antinfettiva, implica dare il farmaco giusto, alla giusta dose, per la giusta durata e con il giusto ritmo di somministrazione, significa combattere l’empirismo e prediligere l’appropriatezza prescrittiva. A tal fine è necessario ottimizzare la diagnosi microbiologica rapida che limita la necessità di somministrare antibiotici a chi non ne ha necessità.
Come ci spiega Carla Fontana, Delegato Regione Lazio AMCLI, Associazione Microbiologi Clinici Italiani: “I nuovi farmaci ancora di più necessitano di una diagnostica rapida perché l’uso di questi, in molti casi, è vincolato all’assenza di marcatori genici che, identificati precocemente, consentono di mirare la scelta terapeutica. Stiamo cioè passando dall’antibiogramma tradizionale (che richiede almeno 18 h) a quello molecolare o genetico (che richiede poche ore)”.
L’approccio One Health indica invece il coordinamento della medicina umana con quella veterinaria, del mondo della ricerca, dell’agricoltura e della comunicazione. Lavorare insieme per promuovere e sostenere la stewardship antimicrobica è fondamentale, perché solo attraverso un uso appropriato di antibiotici negli animali e negli uomini si può contrastare l’antimicrobico-resistenza. Se da una parte la ricerca si deve impegnare per trovare nuove molecole antibiotiche, nel contempo è necessario diffondere la cultura della prevenzione come “arma” a supporto della lotta alla resistenza antimicrobica e promuovere l’adozione di stili di vita sani e comportamenti sanitari corretti attraverso una corretta informazione.
L’antimicrobico resistenza ci ha lanciato una sfida a cui si deve rispondere con una chiamata alla co-responsabilità di pubblico e privato: se ognuno farà la sua parte, i medici con l’appropriatezza, l’industria farmaceutica con gli investimenti nella ricerca, le istituzioni con il monitoraggio e la sostenibilità del sistema, gli ospedali con il rispetto dei protocolli, i pazienti con comportamenti coscienziosi e i giornalisti con una corretta informazione, la sfida sarà vinta.

Last modified: 27 Luglio 2018