contaminazioni digitali

Contaminazioni digitali vs Contaminazioni umane

Contaminazioni, Tech no tech|

Storytelling. Parola magica e sempre più usata, talvolta alzando il sopracciglio per sottolineare che, in fin dei conti, dietro molti racconti di sostanza ce n’è poca. A ben vedere, le storie sono alla base della nostra civiltà: siamo cresciuti con loro, dai grandi poeti greci alle parole dei genitori che ci addormentavano la sera. Oggi, però, l’esposizione alle storie è moltiplicata e l’empatia di molte narrazioni sembra annullare la distanza che separa le persone le une dalle altre. Sono talmente tanti, i racconti, che raramente riusciamo ad approfondire: riconosciamo il viso della adolescente svedese che porta milioni di persone sulle strade o della nuova star della politica statunitense ma se qualcuno ci chiedesse la loro storia, non sapremmo raccontarla.

Le storie vanno veloci e in superficie: tutto il contrario di quello che ha sperimentato chi ha vissuto il “secolo breve”, il Novecento. Oggi i racconti diventano virali e ci contagiano. “Incendiano” l’opinione pubblica, spiega Jonah Berger nel libro Contagious: why things catch on: “Pensa all’incendio di un bosco. Se prende o no non dipende dalla dimensione della scintilla iniziale. Si basa sull’avere molti alberi pronti a catturare quella scintilla.” Oggi, è pieno di fusti intorno alle scintille di una buona storia. Pronti ad essere accesi dal lavoro dei connettori (i famosi influencer forti di una rete quasi sterminata di contatti), dei maven (le persone davvero competenti perché riconosciute tali dal proprio network) e dei promoter (i “venditori”, quelli personalmente interessati a che quella particolare scintilla appicchi il fuoco). Sono queste le categorie che, secondo Malcolm Gladwell, incendiano il mondo col racconto.
Il contagio in rete chiede che le cose sembrino belle, più che cattive. Che trovino spazio in cima ai nostri pensieri. Che diano emozione e che suscitino emulazione.

Infine, funzionano di più le storie che possiamo trasformare per aiutare gli altri.

Un esempio straordinario arriva dall’esperienza d’uso delle app messe a punto per la digital health.
Usate dalle persone con diabete o da chi soffre di emicrania, finiscono col rivelarsi strumenti preziosi per monitorare i pensieri suicidari dei pazienti . Vissuti di lunga durata, mesi o anni, che salgono improvvisamente in superficie per essere tempestivamente riconosciuti da un algoritmo e raccolti da un medico o da uno psicologo. Qualcosa di simile a quanto sviluppato da Facebook sollevando meraviglia accanto, però, a dubbi di natura etica.
La rapidità è diventata un valore di per sé e l’indugiare un pericolo. Se questa è la premessa, il contagio o la contaminazione sono un arricchimento e la viralità – per un contenuto digitale ma, più in generale, per un’idea – è comunque un’opportunità da sfruttare. Senza aver paura della contaminazione, perché siamo nel “Game”, un sistema capace di governare il pericolo, rendendo qualsiasi organismo estraneo comunque compatibile col nostro. Produciamo veleni e antidoti, sostiene Alessandro Baricco: è diventata specialità della casa. Del mondo costantemente connesso.

Bibliografia
1. Barnett I, Torous J. Ethics, Transparency, and Public Health at the Intersection of Innovation and Facebook’s Suicide Prevention Efforts. Ann Intern Med. [Epub ahead of print ] doi: 10.7326/M19-0366.

Last modified: 4 Aprile 2019