salute della donna

Garantire la salute della donna per il futuro globale

Fiducia| A cura di Cristina Da Rold

Ogni giorno 830 donne muoiono in tutto il mondo per le complicazioni legate alla gravidanza o al parto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel solo 2015 si siano verificati 303.000 decessi e la maggior parte di questi sarebbe potuta essere prevenuta. Il rischio per una donna di 15 anni di morire per problemi legati alla maternità è di 1 su 4900 nei paesi sviluppati, contro 1 su 180 nei paesi in via di sviluppo. Nei paesi più fragili, il rischio è addirittura di 1 su 54 donne. È stato stimato che 2,7 milioni di bambini siano morti poco dopo la nascita nel 2015, e che altri 2,6 milioni siano nati senza vita.

Il punto è che la maggior parte delle complicazioni che insorgono durante e dopo il parto potrebbero essere evitate o curate. Tre morti su quattro sono dovute a grave sanguinamento dopo il parto, infezioni (di solito dopo il parto), ipertensione arteriosa durante la gravidanza (pre-eclampsia ed eclampsia), complicazioni durante il viaggio verso il luogo dove partorire e aborto pericoloso. Le restanti morti sono dovute o associate a malattie come malaria e AIDS durante la gravidanza. Si stima che per far sì che la maggior parte dei paesi possa raggiungere tutti gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) per la salute, sarebbero necessari fino a 371 miliardi di dollari all’anno, ogni anno da qui al 2030. In questo modo si riuscirebbe a dimezzare la mortalità materna e 400 milioni di nascite non pianificate, oltre a evitare 10,8 milioni di morti per HIV/AIDS.

In un periodo di forte ma squilibrata crescita demografica come quello che stiamo vivendo oggi, i diritti dei più vulnerabili sono a rischio. Il successo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite dipende in misura importante dall’accesso universale alla salute della donna sessuale e riproduttiva. Mary Ann Etiebet, Direttore Esecutivo del progetto MSD for Mothers,  in una sua recente intervista pubblicata su CARE definisce le opportunità date alle donne “The mom effect”, l’effetto mamma: investire sulla salute delle donne significa investire su tutta la società, non solo offrendo un adeguato accesso alle cure, ma prima di tutto attraverso la scuola.

 

Dice un vecchio proverbio africano: “Se vuoi educare un uomo, educa un bambino. Se vuoi educare un villaggio, educa una donna”. Josephine Kasya ricorda che in Uganda da bambina ammirava i suoi insegnanti: “Erano le persone più intelligenti, e mi dicevo che sarei diventata un’insegnante”. Ma quando a 12 anni Idi Amin prese il potere nel suo paese e seguirono anni di instabilità, deprivazione e violenze, il sogno di Josie svanì. Dopo la fine della guerra civile nel 1986, buona parte della sua comunità era distrutta o dispersa, e lei e suo marito, un assistente sociale, si trasferirono a sud del paese. La vita cambiò rapidamente. All’inizio del suo matrimonio, crebbe sei figli, ma in quel contesto rurale inizia a convincere le donne a riunirsi e a mettere assieme le proprie risorse. Anni dopo viene eletta alla presidenza di un distretto abitato da oltre 250.000 persone e nel corso della sua carriera politica ha sostenuto lo sviluppo della comunità, l’educazione per le ragazze e la parità di genere, diventando una voce per le donne delle zone rurali. “Ho decostruito l’idea che quella posizione fosse solo maschile e ho lastricato la strada affinché altre donne potessero raggiungere posizioni simili in altri distretti – racconta – e così è stato: con me diverse altre donne hanno iniziato ad assumere ruoli decisionali”.

Questa è solo una delle sei storie raccolte dall’AIDOS, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo Onlus, attiva dal 1981, per celebrare i 50 anni dalla nascita dell’UNFPA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Sei storie che raccontano come alcune donne nei diversi continenti sono riuscite in 25 anni a cambiare non solo la propria vita, ma quella delle proprie compagne, dalla deprivazione all’azione politica.

Il primo problema per le giovani donne, prima ancora del matrimonio, è il ciclo mestruale, visto ancora come un tabù. Una grossa parte delle ragazze non frequenta la scuola nei giorni del ciclo, principalmente per la mancanza di prodotti igienici e di luoghi dove cambiarsi privatamente. Ma non è la quantità di assorbenti a fare la differenza, ma la formazione. Un recente studio condotto in Ghana e riportato da Unesco ha evidenziato che a distanza di tre mesi non c’era differenza in termini di frequenza scolastica fra chi aveva ricevuto gli assorbenti e la formazione e chi aveva ricevuto solamente la formazione in materia.

I dati presentati dal rapporto UNFPA mostrano che la strada da fare è ancora molta anche su altri fronti. A partire dalla violenza contro le donne, che in molti contesti è ancora la norma. Uno studio condotto nel 2013 ha stimato che in media in tutto il mondo una donna su tre sperimenta una forma di violenza fisica o sessuale durante la vita. Poi c’è lo stupro usato come arma di guerra. Nel 2018, circa 136 milioni di persone hanno avuto bisogno di aiuti umanitari (OCHA, 2018) e almeno una su cinque tra le donne rifugiate o sfollate ha subito violenza sessuale.

L’informazione sulla contraccezione è cruciale, ma ancora scarsissima laddove i bambini – maschi e femmine – non vanno a scuola, ed è un cane che si morde la coda. Scarsa scolarizzazione e matrimoni precoci rendono le donne incapaci di gestire la propria fertilità. Sono circa 800 milioni le donne date in sposa quando erano bambine, e il risultato è che in diversi paesi è ancora normale che bambine dai 10 ai 14 anni comincino a diventare madri. Tre dei quattro paesi al mondo con più di 10 nascite per 1000 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni è l’Africa sub-sahariana, fra Angola, Mozambico e Nigeria. In altre parole una ragazza su 10 in media ha un bambino prima dei 14 anni. In Guinea e Sierra Leone si registrano 9 nascite l’anno per 1000 bambine, in Madagascar e in Mauritania 8 nascite ogni 1000 ragazze di 10-14 anni. In Gabon 7 bambini su 1000 sono figli di ragazzine con meno di 14 anni; in Camerun, Ciad, Congo, Mali, Niger e Sud Sudan 6 su 1000. Fuori dall’Africa, è il Bangladesh il primo in classifica, con 10 nascite per 1000 ragazze di 10-14 anni.

Una gravidanza in giovane età è un precursore della deprivazione socioeconomica. I rischi di morire durante la gravidanza o il parto sono più elevati per i giovani adolescenti e la gravidanza precoce significa alla fine fare più figli nel corso della propria vita: nei 17 paesi africani con almeno cinque nascite ogni 1000 ragazze di età compresa tra 10 e 14 anni, la fertilità totale durante la vita era di oltre quattro parti per donna.

La buona notizia è che ci sono donne che in Africa combattono queste battaglie, e le vincono. Una di loro vive in Malawi e si chiama Theresa Kachindamoto, una capotribù anziana del distretto di Dedza, una dei 300 leader tribali presenti nel paese, che governa 551 capi tribù, soprannominata la “terminator” dei matrimoni precoci. A oggi ha annullato oltre 1000 unioni di spose bambine, rimandandole a scuola. “Se il capo villaggio permette alle bambine di sposarsi, lo caccio” racconta. Theresa è stata supportata a sua volta da The mother’s group, una rete di donne locali che ha come obiettivo l’istruzione delle bambine che hanno lasciato la scuola a causa di un matrimonio o di una gravidanza, e da UN Women (l’ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza e l’empowerment femminile).

Un’altra forma di violenza e repressione delle donne sono le Mutilazioni Genitali Femminili. Dahab Elsayed ha 60 anni e vive in un quartiere periferico del Cairo. Cresciuta in una famiglia rurale povera, a 15 anni le scelte di Dahab erano limitate e persino l’istruzione era fuori portata. “Non c’erano altre opportunità oltre al matrimonio – era l’unico futuro che potevo immaginare”, dice. Dahab ricorda il giorno in cui una donna venne a casa sua per praticare le mutilazioni genitali femminili, lei non aveva idea di cosa stesse succedendo ma ricorda il dolore, il sangue e la polverina che veniva applicata per fermare l’emorragia. Quando ha formato la sua famiglia ha comunque sottoposto alla pratica sua figlia. “[La mutilazione genitale femminile] era un dovere” racconta ad AIDOS. “Le prospettive di matrimonio dipendevano da questo e tutte le ragazze erano coinvolte. Adesso pensa che sia sbagliato e sua nipote non è stata sottoposta alla pratica”.

Oggi sono almeno 200 milioni le ragazze e le donne in 30 paesi sottoposte a questa forma di tortura, 44 milioni delle quali bambine con meno di 14 anni. La Nazioni Unite stimano che se non si interverrà in maniera significativa, entro il 2030 saranno 68 milioni le ragazze mutilate. In Europa vivono 500.000 ragazze e donne che hanno subito le MGF, e ogni anno altre 180.000 ragazze rischiano di essere tagliate. Secondo una ricerca dell’Università di Milano Bicocca, nel 2016, in Italia, il numero di donne straniere maggiorenni con MGF era tra le 60mila e le 81mila unità, cui si aggiungono le neo cittadine italiane maggiorenni originarie dei Paesi a rischio (almeno tra le 11mila e le 14mila unità) e le richiedenti asilo.

L’istruzione e il lavoro sono cruciali per l’empowerment femminile, ma siamo ancora lontani dal raggiungimento di obiettivi concreti per tutte. Globalmente le donne rappresentano il 40% della forza lavoro nel settore formale, ma svolgono il lavoro di cura e domestico da 2 a 10 volte in più rispetto agli uomini.

L’anno 2019 segna due importanti pietre miliari nel campo della salute della donna e di quella riproduttiva. Si celebrano infatti i 50 anni dall’inizio dell’impegno di UNFPA e i 25 anni dalla Conferenza internazionale sulla popolazione e lo sviluppo (ICPD) al Cairo, che ha dato una spinta in avanti al consenso globale sul fatto che le donne hanno il diritto di prendere le proprie decisioni in merito a se, quando e quanto spesso rimanere incinte.

Nel 2020 si celebreranno inoltre i 25 anni dalla Dichiarazione e dalla piattaforma d’azione di Pechino, l’agenda visionaria per donne e ragazze, stilata in occasione della Quarta conferenza mondiale sulle donne a Pechino, in Cina nel 1995. La piattaforma d’azione di Pechino è stata adottata da 189 governi, che si sono in questo modo impegnati per migliorare l’istruzione, la formazione, la salute, il potere decisionale, i diritti umani delle donne e delle bambine, rimuovendo le barriere sistemiche che impediscono alle donne di partecipare in egual misura a tutti gli ambiti della vita, sia in pubblico che in privato. Nella pratica però le cose non sono andate come si sperava. Le donne continuano a essere più sfruttate degli uomini, continuano a lavorare di più, a guadagnare di meno, a vivere molteplici forme di violenza a casa e negli spazi pubblici. Per questo motivo UN Women sta riunendo le prossime generazioni di attivisti e attiviste per i diritti delle donne che erano stati determinanti nella creazione della piattaforma d’azione di Pechino più di due decenni fa, intorno alla campagna Generation Equality, la cui roadmap si concluderà a Ginevra nel marzo 2020 con la Commissione delle Nazioni Unite “UN Commission on the Status of Women”.

Last modified: 1 Luglio 2019