Fidarsi della blockchain? Non è la domanda giusta

Fiducia, Tech no tech| A cura della Redazione

Il fermento intorno all’utilizzo della tecnologia blockchain (anche all’interno del settore sanitario e farmaceutico) ha già raggiunto il suo hype ed è in fase calante, secondo il grafico di Gartner. E per alcuni questo è stato un bene: i veri progressi raramente si raggiungono nel periodo di aspettative gonfiate.

Eppure un po’ di disillusione permane, legata al fatto che ancora manca la reale adozione da parte delle strutture sanitarie della tecnologia blockchain, mentre crescono le startup che garantiscono di poter condividere e gestire i dati sanitari personali in sicurezza. Se c’è un campo in cui il timore di errori nella condivisione di dati va di pari passo con le preoccupazioni sulla loro riservatezza, quello è proprio il settore sanitario. Secondo un articolo di Reuters, ad esempio, sul mercato nero le informazioni mediche di una persona valgono 10 volte di più del numero della sua carta di credito.

La blockchain nasce nel 2008 dalla mente di Satoshi Nakamoto: pseudonimo degli informatici a cui risale anche la paternità del bitcoin (se ne volete sapere di più qui c’è l’articolo originale): l’idea era quella di consentire appunto transazioni economiche tra due attori, senza bisogno che un intermediario di fiducia (nel nostro mondo, le banche) ne convalidasse la sicurezza e se ne facesse garante.

Molte persone confondono per questo il termine blockchain con le criptovalute (bitcoin, ethereum, litecoin), caratterizzate da altissime fluttuazioni di valore e spesso associate a transazioni poco lecite: questo ha creato un bias percettivo che sminuisce l’importanza di questa tecnologia che ne è solo il “motore” ed il cui funzionamento serve invece proprio a garantire la massima sicurezza, tracciabilità e disintermediazione da qualsiasi entità centrale di un qualsiasi tipo di transazione, che sia di soldi, di dati o di immagini.

La catena di blocchi quindi è un registro pubblico in cui queste transazioni criptate anonime vengono “archiviate”. In poche parole, se io ti do 1 bitcoin, i dati di questa transazione saranno registrati su molti pc collegati fra loro (i nodi della blockchain) che devono “confermare” l’operazione: ogni blocco che contiene le informazioni relative a quella transazione è contrassegnato da data e ora e collegato al blocco precedente per diventare parte della blockchain. Con l’ok del 50% + 1 dei nodi l’operazione è certificata, approvata e archiviata nel registro pubblico e condiviso (il ledger): i blocchi di dati approvati sono immodificabili.

Pensiamo ora ai nostri dati clinici condivisi: interoperabilità, immutabilità, sicurezza. Sono queste le tre caratteristiche principali che deve avere l’infrastruttura necessaria per raggiungere la piena condivisione dei dati sanitari delle persone. I progressi tecnologici ci chiedono continuamente di tracciare linee tra ciò che è bene e ciò che è male. In questo caso, piuttosto che chiederci se possiamo fidarci della blockchain, e quindi se la blockchain sia un bene o un male, dovremmo pensare che la sua applicazione in sanità aumenterebbe la fiducia nel sistema sanitario rimuovendo proprio la necessità di fidarsi dell’altro, in virtù del fatto che la tecnologia blockchain permette di fidarci del suo output senza che sia necessario fidarsi di nessuno dei singoli componenti della catena.

È la teoria e la chiave di lettura di Kevin Werbach e del suo libro “The Blockchain and the New Architecture of Trust: come la blockchain – un sistema costruito su fondamenta di reciproca sfiducia – può diventare affidabile.

 

Last modified: 8 Luglio 2019