Patto di fiducia medico-paziente: a che punto siamo?

Fiducia| A cura della Redazione

“Il mio medico di fiducia”. Se è entrata nel linguaggio comune, ci deve essere stato un momento (un lungo momento) nella nostra storia culturale in cui questa affermazione ha trovato la sua ragion d’essere. È altrettanto vero però che in alcuni contesti il senso di questo legame si è smarrito e le “competenze” dei professionisti (medici, ma non solo) sono state messe in dubbio e oscurate dalla convinzione di una parte, seppur minoritaria, della popolazione che l’interesse nel quale il medico sceglie di agire non sia del tutto sovrapponibile a quello del suo paziente. Una crisi della fiducia che si può definire globale: negli Stati Uniti, in occasione dell’epidemia di Ebola, meno di un terzo degli americani ha creduto che i funzionari della sanità pubblica condividessero informazioni in modo completo ed accurato.

Ma, come ci ricorda Sandro Spinsanti nel suo “La medicina salvata dalla conversazione”: “Disponiamo di indizi più solidi del cambiamento di rapporti tra medici e pazienti. Ad esempio, l’escalation dei procedimenti giudiziari contro i professionisti sanitari: i processi contro i medici nel periodo 1950-1990 sono stati lo 0,6 per cento delle sentenze per anno, per passare al 3,9 per cento nel periodo 1991-2000” un trend che, come dice l’autore, si è poi confermato negli anni successivi. E questo nonostante una legge italiana del 2017 (la legge 219/2017 sul consenso informato) reciti proprio nell’articolo 1 che: “È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.” Una legge che stabilisce quello che medici, pazienti e decisori avevano compreso già e cioè che il paziente non è un semplice destinatario del trattamento sanitario ma un protagonista attivo, che concorda insieme al medico il suo percorso di cura e che “informazione” e “consenso” sono due pilastri imprescindibili su cui si fonda la buona medicina. Ma vista dalla parte del paziente, la “pratica” del consenso informato spesso è solo un modo per mettersi al riparo da accuse di malasanità e richieste di risarcimento.

Come si riempie questo spazio vuoto lasciato dalla mancanza di fiducia nella relazione medico-paziente?  “Sapere di essere ascoltati è l’elemento fondante per creare fiducia ed empatia” ci ricorda Danielle Ofri nel suo libro “Cosa dice il malato, cosa sente il medico” .

Mettersi in ascolto

“Accumulo spesso ritardo quando sono in ambulatorio. Alla reception e in sala d’attesa, il tempo continua a scorrere in avanti, implacabile come sempre. Ma in alcuni dei miei incontri, il tempo scorre in modo diverso. Questo accade più spesso quando i pazienti e io ci raccontiamo delle storie sulle cose tenere e divertenti che ci capitano in mezzo a situazioni comuni e banali; quando ridiamo, piangiamo e ci immedesimiamo in qualche episodio che è successo all’uno o all’altro; quando costruiamo teorie meravigliose sul mondo; quando scopriamo paure comuni e gusti comuni. Quando siamo insieme, è come se fossero in vigore leggi della fisica nuove. In quei momenti, l’esperienza per un motivo o per l’altro si sgancia dal tempo che ci dovrebbe volere per viverla. Invece di muoversi in avanti, il tempo si fa più denso. Sul più bello, paziente e clinico si accorgono l’uno dell’altro e, al momento giusto, le possibilità di cura emergono”. Sono le parole di Victor Montori, nel suo “Perché ci ribelliamo” e che ci chiariscono anche un altro punto della legge sul consenso informato, quando afferma che “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”. Un patto di fiducia forte non solo predice una maggior aderenza alle cure, qualità di vita, soddisfazione del paziente, ma l’efficacia della cura stessa, legata a doppio filo con alcuni degli aspetti sopra menzionati. Bassi livelli di fiducia, invece, oltre a danneggiare il percorso di cura del paziente (che si metterà alla strenua ricerca del così detto “secondo parere”) e ridurre l’efficacia dell’intervento, possono persino rappresentare un ostacolo per l’ingresso dell’innovazione nella sanità, ad esempio, nella scelta di arruolarsi o meno in uno studio sperimentale, la fiducia del paziente nel medico curante è risultata il fattore decisivo. Ascolto, quindi, disponibilità a non considerare il tempo come denaro, una comunicazione chiara e trasparente anche dei conflitti di interesse, apertura alla collaborazione con le associazioni di pazienti nella programmazione della ricerca, riconoscendogli uno spazio nella decisione degli obiettivi e delle motivazioni della ricerca stessa, per favorire la sensazione che questa sia condotta “per” e “con” loro, piuttosto che “su di loro”. Ne abbiamo parlato con Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

Medico di medicina generale e vaccini

Dall’Indagine quantitativa sulla popolazione italiana condotta dall’Istituto Piepoli e i cui risultati sono stati presentati durante il Convegno “Inventing for Life” di MSD Italia, un intervistato su tre ha ammesso di aver creduto almeno una volta a una fake news. I vaccini (47%) l’ambito più gettonato. Abbiamo chiesto a Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale FIMMG, di condividere con noi il suo punto di vista su questo aspetto specifico. Se c’è qualcosa che tiene unita la società è proprio un patto sociale, e il sentimento di fiducia, nelle istituzioni e negli altri, ne è la spina dorsale e linfa vitale.

Last modified: 19 Luglio 2019