innovazione

Innovators vs Maintainers

Traguardi, Tech no tech| A cura della Redazione

Vengono celebrati come eroi del nostro secolo. Steve Jobs, Bill Gates, Elon Musk, Larry Page. Sono gli innovatori per eccellenza, coloro che hanno dato forma e sostanza alla società che stiamo vivendo. I visionari, i creativi, i dirompenti. Quella dell’innovazione è una narrazione ricorrente e prevalente la cui collocazione naturale è “on top”: dai social network ai quotidiani, dalla tv alla radio, vogliamo essere i primi ad accorgerci e a parlare della next big thing che cambierà il nostro modo di vivere.

Iniziamo quindi con una distinzione cruciale: la differenza tra innovazione e il modo in cui le persone ne parlano. Spesso in nome dell’innovazione vengono compiuti più danni che benefici, o nella migliore delle ipotesi si parla di innovazione a sproposito, tanto da farla diventare, come titolava Wired nel 2013la parola più abusata in America” .

Più inquietante, l’innovazione è spesso trattata come valore in sé e come una panacea: il cambiamento tecnologico ci salverà senza se e senza ma, e in questa sua forma più estrema, il linguaggio correlato all’innovazione finisce inesorabilmente per svalutare il lavoro della maggior parte degli esseri umani.

Ma la realtà, come spesso accade, ci fa tornare con i piedi per terra: nella realtà i ponti crollano perché le infrastrutture sono fatiscenti, le disuguaglianze economiche continuano ad avere l’ultima parola sulla qualità della vita delle persone, e addirittura le differenze di genere hanno la loro quota di responsabilità nei traguardi che pensavamo di poter raggiungere.

Molte delle catastrofi più grandi e improvvise della storia sono il risultato di una manutenzione rinviata nel tempo ci spiega Scott Gabriel Knowles . Ed è proprio quel lungo intervallo che intercorre tra costruzione e distruzione che andrebbe approfondito, ed è di quello che stiamo parlando.

Secondo lo storico Greg Bankoff ad esempio l’espressione “disastro naturale” è sbagliata, perché semplicemente “un disastro naturale” non esiste. All’interno dei nostri sistemi ciò che ci pone a un aumento del rischio di disastro è la vulnerabilità che avanza lentamente ma prevedibilmente a causa di una mancanza di manutenzione.

Gli innovatori, dicevamo. E se fossero più importanti invece i “manutentori”? Coloro che il mondo così com’è lo fanno funzionare e lo mandano avanti e lo proteggono dal rischio di crollare?

Era il 2016 ed Andy Russel, Jessica Meyerson e Lee Vinsel organizzarono la prima conferenza del movimento da loro fondato (The Maintainers appunto), una rete globale formata da persone dai più differenti background “interessati ai concetti di manutenzione, infrastruttura, riparazione e alla miriade di forme di lavoro e competenza che sostengono quella parte del mondo creata dall’uomo”.

Russell e Vinsel sono anche gli autori, un anno dopo, dell’illuminante articolo uscito sul New York Times Let’s get excited about maintenance! Ciò che conta di più nella vita della maggioranza delle persone, sostengono gli autori, è “la manutenzione”. A rendere possibile la vita come noi la conosciamo è nella maggior parte dei casi una attività lavorativa di carattere manutentivo: reti informatiche, autostradali, edifici, parchi, trasporti. Ospedali, tecnologie diagnostiche, procedure organizzative.

Alla luce di tutto questo, non possiamo rivolgere il nostro sguardo al Servizio Sanitario Nazionale senza che l’evidenza di questo discorso prenda corpo nella sua rappresentazione più eclatante: pazienti, direttori sanitari, medici, infermieri, operatori sanitari, volontari. Sono tutti “manutentori”, coloro che permettono a un sistema di funzionare.

Nell’ultimo libro di Marco Geddes da Filicaia “La salute sostenibile” lo stesso concetto è espresso ricorrendo alla metafora della ruspa e del cacciavite: “Qualche anno fa, di fronte a una ristrutturazione e accorpamento di Aziende e di Servizi sanitari, ricordavo che un autorevole studioso della London School of Economics si era posto il quesito in merito all’effettiva utilità di quella che definiva una vera e propria epidemia planetaria di riforme. Mi risultava infatti difficile ipotizzare per un qualche ambito della vita collettiva un numero maggiore di riforme, riorganizzazioni istituzionali, ristrutturazioni dell’architettura complessiva, di quelle che si sono attuate o, più esattamente, si sono “abbattute”, sui sistemi sanitari.Iniziative generalizzate, che ipotizzano (o si illudono) di influire rapidamente sull’insieme delle strutture generando risparmi e che sono state paragonate – e conseguentemente definite – all’azione di una ruspa nell’ambito dei lavori edilizi (…) Sono invece convinto che, seppure alcune riforme e provvedimenti legislativi siano, o possano essere, indispensabili, quello che è necessario attuare è una quotidiana, minuta attività di indirizzo e promozione di adeguate forme organizzative, di iniziative efficaci, di diffusione di buone pratiche; in una parola di azione con il cacciavite, che è fondamentale in strutture complesse, professionalizzate e notevolmente autonome, capaci di cambiamenti effettivi e durevoli, se attuati in modo capillare e con un elevato coinvolgimento professionale.”

L’“etica della cura” di cui parlano sempre Vinsel e Russel si basa su pochi assunti di base, di cui il principale ci permette di chiudere questo articolo: “dipendiamo fondamentalmente gli uni dagli altri”, e uno dei modi in cui lo facciamo è attraverso tecnologie e infrastrutture e sistemi che, per funzionare, richiedono uno sforzo coordinato e collaborativo enorme, il cui processo decisionale si rivolga, prioritariamente, alle persone più vulnerabili.

Last modified: 31 Ottobre 2019