cronicità

Quando la cronicità diventa il traguardo

Traguardi| A cura della Redazione

Carlo ha 75 anni, prende 6 farmaci (uno per la pressione alta, uno per il colesterolo, uno per il diabete, uno per l’aritmia, uno per l’iperplasia prostatica, e prima di tutto un gastroprotettore). Ha tre nipoti, un cane con cui fa lunghe passeggiate e un gruppo di amici con cui saltuariamente va a cena fuori e al cinema.
Carlo è sano?
Se qualcuno glielo chiedesse lui senza nessuna esitazione risponderebbe di sì. Ma in base alla definizione dell’OMS (secondo la quale la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” ) Carlo si sbaglia. Questa definizione risale al 1948. In quel periodo, l’aspettativa di vita media a livello globale era di 48 anni per l’uomo e 53 anni per le donne, e nel mondo c’era una epidemia di poliomielite e difterite. Ridurre la mortalità infantile era la priorità sanitaria mondiale.

Oggi (71 anni dopo) le persone con più di 65 anni nel mondo sono 617 milioni.

Seicentodiciassette milioni di individui che, verosimilmente, adattandosi a ciò che la gestione della malattia richiede, si percepiscono “sani” e per i quali c’è bisogno di una nuova definizione di salute e di nuovi modelli di gestione da parte del sistema sanitario.

Gestire la malattia, e non solo la sua assenza, è un mezzo per una vita sana.

Anche per la classe medica infatti il paradigma privilegiato è quello che prevede di portare un paziente alla guarigione. Il modello dell’acuzie è quello utilizzato nella formazione stessa dei medici (quadro di esordio con una sintomatologia precisa, valutazione con esame obiettivo ed anamnesi, diagnosi, scelta della terapia e monitoraggio della sua efficacia) eppure rappresenta meno del 10% di tutti i consulti medici.
E non è solo per la popolazione più anziana che c’è bisogno di trovare un’altra definizione di “salute” (perché ci sono malattie, quelle croniche, il cui traguardo – inteso come guarigione – semplicemente non c’è) ma perché ci sono malattie il cui traguardo, grandissimo, è proprio quello di trasformarsi in malattie croniche. L’HIV è una di queste. Ad oggi, chi si sottopone alle cure antiretrovirali ha la stessa aspettativa di vita delle persone sieronegative e, soprattutto, smette di essere un veicolo per la trasmissione del virus.
Questo non significa che il pericolo non ci sia ancora. Ed è rappresentato proprio da quelle persone che hanno il virus ma non lo sanno.

I NUMERI DELL’HIV

Secondo i dati pubblicati dal notiziario ISS nell’“Aggiornamento delle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di AIDS in Italia al 31 dicembre 2017” a convivere con l’HIV In Italia sono circa 130 mila persone (3447 nuovi casi nel 2017), l’incidenza maggiore viene registrata nella fascia di età 25-29 anni e la modalità di trasmissione principale resta quella dei rapporti sessuali non protetti.

A livello globale invece, stime recenti indicano che solo il 57% dei 36,7 milioni di persone che vivono con l’HIV in tutto il mondo sono in cura e sottoposti a trattamento antiretrovirale (ART). Globalmente siamo quindi ancora lontani dal raggiungere gli obiettivi stabiliti dal Programma congiunto delle Nazioni Unite sull’HIV/AIDS (UNAIDS) chiamato 90-90-90: diagnosticare il 90% di tutti i casi di HIV, assicurare al 90% di tutti i diagnosticati l’accesso alle terapie ART e far sì che il 90% di loro raggiunga la soppressione della carica virale.

Una agenda ambiziosa, per realizzare la quale sono necessari approcci sostenibili nei paesi con il più alto carico di HIV e risorse limitate.
Diverso il caso dell’Europa, più vicina all’obiettivo, nonostante una quota ancora consistente di persone sia, inconsapevolmente, veicolo di trasmissione del virus.

Anthony Fauci direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases parla chiaro: “Se non continuiamo ad aumentare il nostro impegno per cambiare le dinamiche di questa epidemia, ne perderemo il controllo. Le malattie infettive sono malattie insolite: se, quando stanno per capitolare e se ne ha finalmente il controllo, si crede di aver fatto abbastanza e di potersi dedicare ad altro, quelle si riaffacciano. Lo abbiamo visto con la malaria, lo abbiamo visto con la tubercolosi e non vogliamo vederlo accadere anche con l’HIV”.

In un’intervista realizzata dal portale “La vostra salute online” dopo il World HIV Day 2018, il vicepresidente del Network persone sieropositive Italia Onlus (www.npsitalia.net), Miki Formisano, indicava come traguardo dell’anno successivo quello della “informazione nelle scuole in modo che i ragazzi siano più consapevoli e preparati, informazione e formazione dei Medici di Medicina Generale in modo da riconoscere i sintomi e indirizzare i pazienti al test dell’HIV senza ritardi in percorsi diagnostici inutili che fanno perdere tempo prezioso alla persona e denaro al SSN.”
Sulla necessità di campagne di informazione più strutturate e capillari è intervenuto anche il Presidente di PLUS – Persone LGBT Sieropositive Onlus, Sandro Mattioli: “Non possiamo fare campagne rivolte ai minorenni. Non possiamo nemmeno fare il test senza che entrambi i genitori diano il loro consenso. Come PLUS ci stiamo battendo affinché il test sia accessibile almeno ai ragazzi tra i 16 e i 17 anni.”

Last modified: 31 Ottobre 2019