Chiamami per nome: lingua, linguaggi e disabilità

Abilmente| Intervista a Iacopo Melio

Quando si parla di linguaggio e disabilità, quello di Iacopo Melio è uno dei nomi che emergono con particolare vigore: scrittore, divulgatore, difensore dei diritti umani e civili, nel 2015 fonda la Onlus “#Vorreiprendereiltreno” e nel 2020 viene eletto Consigliere regionale della Toscana con delega ai “diritti e pari opportunità”.

 

 

Parliamo di narrazione della disabilità: da dove partivamo e dove siamo arrivati ora?

IM: Quando si parla di narrazione non si parla mai di qualcosa di definito e stabile. I tempi cambiano, così la società e la sua cultura, e quindi il linguaggio che la compone alla base: le parole sono fondamentali, e questo le persone molto spesso non lo riescono a capire, anteponendo i fatti in ordine di importanza (eppure anche questi, dipendendo dai comportamenti e dagli atteggiamenti personali, possono modificarsi in base a come ci si rivolge circa qualcosa). Di certo sono stati fatti grossi passi avanti negli ultimi anni, abolendo termini a oggi considerati ghettizzanti e discriminatori, e cercando di proporne altri decisamente più inclusivi e paritari, per evitare finalmente un’immagine pietistica e compassionevole della disabilità, cercando così di normalizzarla una volta per tutte.
Certo, c’è ancora molto da fare affinché le persone abbiano un approccio “trasversale” alla disabilità, smettendo di considerarla una questione di nicchia e non, come è, una condizione comune che nasce dallo scontro con i contesti fisici e sociali sfavorevoli e inaccessibili nei quali siamo immersi, ma il dibattito e il lavoro di sensibilizzazione al riguardo è vivo e questo è confortante.

Qual è stato un momento cruciale per un cambio di prospettiva sulla narrazione della disabilità e cosa ancora deve cambiare?

IM: Credo che l’avvento dei social network abbia permesso a molte persone con un forte interesse, più o meno preparate al riguardo, di portare avanti “la propria causa”, o meglio i valori nei quali credono, facendo nascere un attivismo 2.0 che di sicuro ha aiutato a far emergere non solo questioni fino ad allora rimaste più nell’ombra e senza voce, ma anche storie, testimonianze, prospettive e punti di vista nuovi, mai conosciuti prima. Ovviamente non sempre questo è positivo, il rischio è quello di avere una pluralità sconfinata di voci anche molto diverse tra loro riguardo lo stesso tema, e quindi controproducenti per le battaglie stesse se poco autorevoli, ma resta comunque un modo per smuovere le coscienze e attivare riflessioni che prima non avevano avuto sufficiente spazio di dibattito pubblico. Speriamo che col tempo si possano vedere sempre meno fake-news e “chiacchiere da bar” di gente improvvisata, lasciando ai soli addetti ai lavori il compito di fare divulgazione riguardo tematiche sociali che, di certo, non si possono improvvisare.

Come possiamo educare ad una narrazione corretta nei media e nella società civile, anche all’interno dei posti di lavoro?

IM: Tutto ciò che è pietismo, compassione, sensazionalismo, infantilismo, paternalismo… dovrebbe essere abolito dalla narrazione dei media, a partire dagli orribili titoli degli articoli che non trattano mai abbastanza le persone in quanto tali, ma come facenti parte di una “categoria”, e quindi etichettandole come “il disabile”, “Mario” (puntualmente senza cognome o titolo professionale) e altro ancora, andando a sminuire il valore e lo status di cittadino, di professionista, di persona. Bisognerebbe anche in questo educare ad una parità, descrivendo l’altro esattamente come descriveremmo qualunque altra persona, valorizzandolo per ciò che è o sa o può fare, occupandoci della persona e non di una cartella clinica.

Il linguaggio si è dimostrato uno strumento in grado di modificare la realtà per le persone con disabilità?

IM: Assolutamente sì, ma non solo per le persone con disabilità. Quando cambiamo il modo di chiamare qualcosa quel qualcosa cambia, e quindi cambia anche il modo in cui le persone si rapportano a quel qualcosa. Ecco perché è fondamentale usare le parole giuste quando ci rapportiamo alla disabilità, estirpando il politicamente corretto, il pietismo e la compassione: per arrivare a dei comportamenti sociali naturali e spontanei, e di conseguenza abbattere barriere non solo culturali ma anche architettoniche e fisiche, perché finalmente le persone avranno capito che l’inclusione è un tema universale.

Nonostante gli obiettivi già raggiunti, si nota ancora oggi una discordanza di opinioni all’interno della stessa comunità di persone con disabilità: chi preferisce essere definito persona con autismo o persona autistica, chi non vedente o cieco. Pensi che si supereranno mai questi pensieri divergenti e si riuscirà a creare un cambiamento sistemico, che porti tutti verso una stessa direzione?

IM: Sarebbe bello avere una linea teorica comune, più ufficiale, affidandoci soprattutto a chi ha studiato, si è formato e ha compreso, toccandone gli effetti concreti, quale sia la strada migliore per una maggiore inclusione. È pur vero che una verità assoluta non esiste mai, e che comunque la sensibilità soggettiva gioca un ruolo importante in questa partita: d’altra parte non possiamo decidere noi come qualcuno dovrebbe preferire essere definito e chiamato, o cosa dovrebbe offenderlo o farlo sentire a suo agio… e vorrei ben vedere! Da qui però a lasciarsi andare a opinioni totalmente improvvisate e prive di fondamenta, in nome della mera libertà di opinione, c’è una bella differenza. Ci vorrebbe dunque una via di mezzo: prestare ascolto ad ogni sensibilità personale e soggettiva, rispettandola, mantenendo però dei punti fermi comunicativi sui quali non possiamo transigere. Perché no, non è vero che “contano i fatti e le intenzioni”, ma contano prima di tutto quelle parole che i fatti e le intenzioni (fondamentali) li creano o modificano nel tempo.

Qual è lo stereotipo più duro da combattere nella tua esperienza di persona con disabilità?

IM: Ce ne sono sicuramente molti di stereotipi da combattere, non saprei dirne uno su tutti. In realtà, su di me, non ci faccio nemmeno caso a dire il vero: se per lavoro li affronto e provo a scardinarli, ribaltando prospettive, nella vita privata mi lascio scivolare addosso con facilità ciò che dall’esterno può o vuole attaccarmi, portando avanti le mie idee e ciò che sono a prescindere, in modo libero. In generale, si pensa che una persona con disabilità non possa mai diventare totalmente “adulta”, e quindi vengono sminuiti aspetti quotidiani anche piuttosto banali come la possibilità di lavorare, costruirsi una famiglia, avere una vita sessualmente soddisfacente anche in modo ricreativo e non per forza romantico, viaggiare e vivere in autonomia, e così via. Tutto ciò che riguarda la norma, in qualche modo, è un potenziale covo di pregiudizi e luoghi comuni che possiamo arginare solo e soltanto raccontando come non ci sia alcuna differenza tra una persona seduta in carrozzina e una persona che si sposta con le proprie gambe, se non l’altezza del loro sguardo.

E in chiusura: tu come vorresti essere chiamato?

IM: “A meno che non si tratti di un contesto formale, in cui educazione e rispetto dei ruoli e dell’essere adulti vorrebbero che si desse il “lei” o si usassero titoli professionali (cosa gradita, essendo scontata, e che invece anche in questo caso viene spesso ignorata passando ad una confidenza infantilizzante tipica di chi, appunto, vede nell’altro una diversità a priori)… Iacopo, mi chiamo Iacopo e basta.

Last modified: 24 Settembre 2021