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Autenticità e fake news: a che punto siamo?

Autenticità| A cura di Cristina Da Rold

Da qualche anno si fa un gran parlare di Fake News e di come combatterle. Il modus operandi segue la logica dei videogiochi: c’è un nemico da sconfiggere (le Fake News, che forse sarebbe meglio scrivere usando le lettere minuscole, quindi fake news), ci sono i cattivi (chi le produce), ci sono i buoni, i paladini che devono non tanto impedire che le notizie false si creino, ma piuttosto evitare che persone inconsapevoli della loro falsità le diffondano, salvando così la Democrazia. Come? Beh, è qui che il gioco si fa difficile. Lo sottolineava ValigiaBlu in un lungo articolato approfondimento del 23 novembre scorso dal titolo “La disinformazione è una bestia dai mille volti: impariamo a riconoscerla” dove questa posizione è espressa molto chiaramente: “Leggi anti fake news sono state proposte nei regimi autoritari per sopprimere il dissenso; i disegni di legge ‘contro l’anonimato’, nati nel migliore dei casi dalla scarsa preparazione di chi presenta tali proposte; e la propaganda continua, incessante, su una non meglio specificata emergenza ‘fake news’, un termine vuoto e inappropriato che è stato di volta in volta utilizzato contro i social network, contro i giornalisti e i media scomodi, contro politici avversari, contro uno Stato, contro i cittadini.”

La situazione si complica quando ci rendiamo conto che forse dovremmo partire mettendo in discussione l’esistenza stessa delle fake news. E se fossero esse stesse un Mito, un nemico che noi stessi abbiamo creato a posteriori per darci una chiave interpretativa di un caos informativo che non sappiamo gestire? È l’opinione, basata sui dati, di Walter Quattrociocchi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Un lavoro appena postato su ArXiv (che quindi attende la pubblicazione su una rivista scientifica) a firma di Quattrociocchi con Matteo Cinelli del CNR di Roma, Stefano Cresci del CNR di Pisa e Alessandro Galeazzi dell’Università di Brescia, ha analizzato il flusso di informazioni su Twitter durante l’ultima campagna elettorale per le Elezioni Europee analizzando le interazioni fra le fonti di notizie ufficiali, le fonti di notizie false, gli account di politici, di persone dello spettacolo, di giornalisti, nei due mesi precedenti le elezioni. Un campione complessivo di quasi 400.000 tweet pubblicati da 863 account, sfruttando anche le informazioni geolocalizzate. Risultato: le fake news ci sono, ma influenzano il dibattito in misura minore rispetto alle notizie verificate, provenienti dai grandi media (giornali, TV). “I conti mostrano la tendenza a limitare la loro interazione [delle fake news] all’interno della stessa classe e il dibattito raramente attraversa i confini nazionali, ovvero gli account tendono a interagire principalmente con altri provenienti dalla stessa nazione. Inoltre, non troviamo alcuna prova di una rete organizzata di interazioni volta a diffondere disinformazione” racconta a eColloquia Walter Quattrociocchi. Al contrario i punti di disinformazione sono in gran parte ignorati dagli altri attori e quindi svolgono un ruolo periferico nelle discussioni politiche online.

Certo, gli studiosi del Mito – storici, antropologi, sociologi – partono dal presupposto che in ogni caso il Mito è comunque un fatto storico, e che il Tempo del Mito sia un contesto d’indagine che come tale non possa essere ignorato, né sminuito nel suo valore sociale. Altrimenti detto: che cosa ci dice della nostra società l’aver polarizzato la questione della complessità dell’informazione: forse abbiamo bisogno di semplificare, di porre antitesi forti per iniziare a interpretare un nuovo fenomeno sociale?

“Per noi questo è un segno del fatto che il problema è che i media non stanno comprendendo davvero come si sta evolvendo il mondo dell’informazione – continua Quattrociocchi – e da qui la necessità di dare un nome al nemico da sconfiggere, appunto le fake news.” La polarizzazione è un aspetto endogeno oggi alla trasformazione dei business model dei big dell’informazione, che deve essere intrinsecamente relazionale, perché l’utente non solo legge, ma interagisce, commenta. “La chiave di volta è quindi la costruzione di una social media policy seria da parte delle aziende, così come dei singoli influencer”, che non deleghi al social network di turno, ai governi o a enti sovranazionali ruoli che poi sarebbe difficile distinguere dalla censura.

In ogni caso pare che anche i social network possano fornire un importante contributo. Dal lavoro sulle elezioni europee è emerso che l’impatto delle fake news sulle interazioni complessive suggerisce che le strategie utilizzate da Twitter per contrastare la diffusione della disinformazione – ovvero il divieto o la sospensione di account sospetti – sono effettivamente efficaci e possono aiutare a preservare l’integrità della Twittersfera.

Si osserva inoltre una forte tendenza all’interazione all’interno dello stesso gruppo, specie con le menzioni. L’unica eccezione rilevante nello studio era rappresentata dai resoconti dei notiziari ufficiali, in particolare quelli situati nel Regno Unito, che avevano una percentuale non trascurabile di collegamenti che puntavano verso gli Stati Uniti. Inoltre, è interessante notare che i punti di disinformazione non hanno interagito tra loro, ma piuttosto hanno mostrato una tendenza verso le auto-menzioni e hanno cercato di attirare l’attenzione di altri racconti già popolari. Tuttavia, diversamente dalle notizie ufficiali, i punti di disinformazione sono stati quasi completamente ignorati da altri, occupando così una posizione periferica nella rete di interazione e avendo un’influenza limitata sul flusso di informazioni.

Questo è l’ultimo di una serie di studi a cui il team di Quattrociocchi ha lavorato per decostruire la retorica delle fake news, cercandone i reali contorni. Negli stessi mesi il medesimo gruppo rendeva noti i risultati di un altro esperimento sulla tendenza degli utenti sui social a promuovere le loro narrazioni preferite e quindi a formare gruppi polarizzati attorno a un sistema comune di credenze. Lo diceva già Omero che il simile è sempre amico al simile.

La distorsione della conferma aiuta a tenere conto delle decisioni degli utenti sulla diffusione dei contenuti, creando così cascate informative all’interno di comunità identificabili. Allo stesso tempo, l’aggregazione delle informazioni privilegiate all’interno di tali comunità rafforza l’esposizione selettiva e la polarizzazione di gruppo. Sono stati esaminati oltre 1,2 milioni di utenti di Facebook impegnati in due narrazioni molto contrastanti, cioè notizie scientifiche validate e notizie “cospirative”, analizzando quantitativamente l’effetto di due meccanismi: evitare le sfide e cercare rinforzi, endorsement, quest’ultimo alla base del bias di conferma, uno dei principali driver del comportamento umano nei social media. Scopriamo che il meccanismo di evitamento delle sfide innesca l’emergere di due gruppi distinti e polarizzati di utenti (cioè camere dell’eco) che tendono anche a essere composte da nostri amici che hanno sistemi di credenze simili a noi. Dallo studio emerge che il meccanismo di ricerca dell’endorsement limita l’influenza dei vicini e in primo luogo guida la selezione e la diffusione dei contenuti anche tra utenti affini, favorendo così la formazione di sotto-cluster altamente polarizzati all’interno della stessa camera dell’eco.

E c’è di più: si diventa sempre più simili anche lessicalmente agli amici con i quali condividiamo delle posizioni specifiche. In un altro lavoro il gruppo ha analizzato i lessici utilizzati dalle comunità di utenti su Facebook ancora una volta su contenuti scientifici da un lato e complottisti dall’altro. Nonostante l’alto livello di segregazione tra le due comunità di utenti, sia in termini di attività di gradimento che di attività di commento, si è osservato che la maggior parte delle parole era usata con una frequenza simile sia a livello collettivo che individuale. “Qui ci siamo limitati ad analizzare il lessico – precisa l’autore – uno dei nostri prossimi studi riguarderà le strutture semantiche del linguaggio”.

Insomma, siamo persone, con i nostri limiti cognitivi, elemento cruciale da tenere in considerazione quando cerchiamo di arginare il problema della complessità informativa. Nonostante la quantità senza precedenti di informazioni a cui possiamo accedere online, la nostra capacità di attenzione rimane ancora limitata. L’ipotesi del cervello sociale fissa a 150 il numero di relazioni sociali che siamo in grado di mantenere. Vincoli cognitivi simili emergono in diversi aspetti della nostra vita quotidiana, dalla nostra mobilità fino al modo in cui comunichiamo, e potrebbero anche influenzare il modo in cui consumiamo informazioni online.

In un lavoro condotto sempre nel 2019, il team cafoscarino insieme al the London Institute for Mathematical Sciences ha analizzato quantitativamente l’economia dell’attenzione degli utenti nel consumo di notizie sui social media analizzando 14 milioni di profili che interagiscono con 583 punti vendita (pagine) su Facebook per un periodo di 6 anni. Il risultato è che indipendentemente dalla loro attività, gli utenti mostrano la tendenza a seguire un numero molto limitato di pagine, non più di 10 in media, e tendono a interagire con quasi tutti gli argomenti presentati dalle loro pagine preferite. “I nostri risultati suggeriscono che la segregazione degli utenti nelle camere dell’eco potrebbe essere un effetto emergente dell’attività degli utenti sui social media e che l’esposizione selettiva – vale a dire la tendenza degli utenti a consumare l’interesse delle informazioni coerente con le loro preferenze – potrebbe essere un fattore trainante nei loro modelli di consumo” spiega Quattrociocchi.

“Vi è infine un altro elemento da non sottovalutare: la nostra capacità di comprendere ciò che leggiamo”. Senza contare le sfumature non verbali, che è molto più difficile interpretare correttamente dal momento che l’informazione non è quasi mai vis-a- vis ma mediata.

Si parlava di social media policy come di uno strumento fondamentale per gestire coerentemente un panorama informativo sempre più complesso. Ma come costruire una social media policy? Quali strategie pratiche mettere in campo? Nel giugno 2019 è uscito un interessante articolo su Nature Communications a firma di Philipp Schmid e Cornelia Betsch dell’Università di Erfurt, in Germania, che hanno condotto sei esperimenti per valutare come mitigare l’influenza di un negazionista sul pubblico. Una metanalisi interna di tutti gli esperimenti ha rivelato che la mancata risposta ai negazionisti della scienza ha un effetto negativo sugli atteggiamenti nei confronti dei comportamenti scientifici (ad esempio la vaccinazione) e le intenzioni di eseguire questi comportamenti. Fornire i fatti sull’argomento o scoprire le tecniche retoriche tipiche del negazionismo ha avuto invece effetti positivi. I due autori non hanno invece trovato prove del fatto che combinazioni complesse di confutazioni di argomenti e tecniche siano più efficaci delle singole strategie, né che confutare il negazionismo scientifico nelle discussioni pubbliche aiuti il dialogo.

“Non è semplice capire come agire perché dobbiamo ancora capire molto su come si sta evolvendo il panorama informativo” conclude Quattrociocchi. “Dobbiamo capire che siamo ancora in una fase di studio dell’argomento. Servono studi, dati, per dipingere il panorama, senza bisogno di partire dal presupposto a priori che ci sia una democrazia da salvare dal dilagare dell’ignoranza.”

Prima di accendere il videogioco dovremmo capire in quale universo reale stiamo giocando.

 

Last modified: 15 Gennaio 2020