Joker: smarrire il percorso di cura

Percorsi, Dr Movies| A cura di Benedetta Ferrucci

La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi

La frase chiave di un film che ruota intorno ai disturbi mentali e al difficile percorso di cura in assenza di adeguati servizi e fondi.
Una storia infantile di abusi, deprivazione sociale e affettiva, trauma cerebrale e sindrome pseudobulbare, depressione, disturbo narcisistico della personalità, psicosi.
La descrizione di Arthur Fleck, contenuta nella sua cartella clinica, potrebbe essere approssimativamente simile a questa. Più che una malattia mentale, Arthur Fleck ha una serie di tratti riferibili a disturbi di personalità facilmente identificabili nel DSM.
Un personaggio polarizzante: di fronte alla creazione di Todd Philips possono essere prese posizioni diametralmente opposte. Questo accade quando la tesi di un film è una tesi forte, che non ammette sfumature, di fronte alla quale occorre scegliere: “Sono d’accordo” o “Non sono d’accordo”.

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Negli Stati Uniti il dibattito (anche tra gli psichiatri) è stato ampio (il Guardian, ad esempio, lo ha stroncato). In Italia, stranamente, no.
O forse non poi così stranamente. In America si verifica in media una sparatoria di massa ogni due settimane, quindi non ci sorprende che “Joker” sia stato oggetto di controversie nella sua interpretazione come possibile occasione di gesti emulatori. Ma Joker non è un eroe positivo in cui identificarsi. E neanche un eroe negativo, “cattivo” (non è mai “cool”).
Certo è che puntare il dito verso un film e un regista, ignorando le reali cause del disagio alla base delle sparatorie di massa, le spaventose statistiche sulla violenza armata, i fallimenti del carcere e i fallimenti delle strutture che dovrebbero occuparsi di salute mentale, fa perdere totalmente il quadro generale in cui iscrivere una seria critica al film: ossia quello di un paese (gli Stati Uniti) in cui il finanziamento dei servizi di salute mentale è sempre uno dei primi ad essere tagliato.
Un’altra critica al film è il rischio di far aumentare lo stigma che circonda le persone con malattia mentale. Ad esempio, il collegamento fra comportamenti violenti e disturbi mentali (che peraltro solo una lettura superficiale del film potrebbe vedere) non trova riscontro nella ricerca scientifica: secondo l’American Psychiatric Association, le persone con gravi malattie mentali sono responsabili di meno dell’1% di tutti gli omicidi con armi da fuoco negli Stati Uniti ogni anno.
Anzi, le persone con malattie mentali hanno maggiori probabilità di essere vittime di crimini che di commetterli. E infatti le violenze subite da Joker sono innumerevoli, fin dalla sua nascita.
Lungi dal voler suggerire la presenza di un forte legame tra malattia mentale e violenza, le indicibili atrocità commesse da Joker sembrano essere guidate dalla sofferenza individuale di un essere umano discriminato e ignorato e non dalla sua condizione psichiatrica.
Rimuovere lo stigma quindi non può voler dire “cancellare” quello che è il reale disagio che le persone con disturbi mentali provano, rimuovere lo stigma vuol dire: riconoscere la sofferenza (anche mentale), farsene carico, comprenderla, prendersene cura. E le domande che dovremmo farci sono piuttosto: come evitare che il personale sanitario pubblico si senta affaticato o sovraccaricato rischiando di perdere empatia e compassione? Come ridurre il rischio di una discontinuità di un trattamento farmacologico che funziona? Stiamo dando la giusta priorità ai problemi che peggiorano la salute mentale (isolamento, scarsa integrazione nel tessuto sociale, povertà)?
Nel film intravediamo davvero un serio tentativo di esplorare l’interazione tra povertà, disuguaglianza e isolamento sociale, una denuncia e una sfida ai governi di tutto il mondo a finanziare adeguatamente i servizi di salute mentale e a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali.

Last modified: 2 Aprile 2020