L’impatto del Covid-19 sulle vaccinazioni

Persone| Con un’intervista a Sandro Cinquetti

Se c’è una cosa (l’ennesima cosa) che l’epidemia da Covid-19 ci ha insegnato, è che i suoi contraccolpi sull’assistenza sanitaria potrebbero continuare a manifestarsi ancora a lungo, anche ad emergenza sanitaria superata.
Nonostante, infatti, la risposta della comunità medica tutta, degli enti regolatori e degli stessi cittadini sia stata tale da permettere (seppur con la drammaticità di eventi di cui siamo stati spettatori) al servizio sanitario di restare in piedi, c’è stato e potrà continuare ad esserci, come ha scritto Lisa Rosenbaum sul BMJ , un pedaggio ben più alto da pagare per i pazienti non-Covid, con ricadute inaspettate su vari esiti di salute.
Agli inizi di agosto il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra, ha affermato che “oltre al bilancio diretto del coronavirus, il Comitato d’Emergenza Covid-19 ha preso atto dell’impatto sulla salute che l’interruzione dei servizi sanitari sta avendo su una serie di altre malattie. Ciò aggrava quanto già sappiamo sulla riduzione della copertura vaccinale, sullo screening e sulla cura del cancro e sui servizi di salute mentale”. Un allarme a cui hanno fatto seguito numerosi appelli di Società Scientifiche, per tenere alta l’attenzione su patologie, screening, procedure ed esami diagnostici, e naturalmente per quello che è ad oggi uno degli strumenti più potenti di prevenzione primaria: i vaccini.
Come riportato sul sito di Epicentro all’inizio della pandemia “il rischio che si possa verificare una riduzione generale delle normali attività vaccinali, sia per lo spostamento di risorse sanitarie verso le attività di controllo della pandemia, sia per le misure di distanziamento sociale imposte alla popolazione” è reale.
Se per i vaccini obbligatori si è trattato solo di un rinvio, per quelli raccomandati invece la battuta d’arresto potrebbe avere ripercussioni ben più gravi. Ad esempio, come ha sottolineato anche lo IEO , a causa del lock-down le vaccinazioni anti-HPV erano state sospese. Il rischio è che nei prossimi anni le lesioni correlate all’HPV possano aumentare, e con loro tutti i tumori di cui lo Human Papilloma Virus è il principale responsabile sia negli uomini che nelle donne.
Qual è lo stato dell’arte attuale? Che tipo di risposta è stata osservata nelle persone? Il Covid ha avuto davvero un impatto sul fenomeno dell’esitazione vaccinale, aumentandola? E cosa abbiamo imparato a livello di organizzazione territoriale che può tornarci utile in questa fase di lenta ripresa a una quasi normalità? Lo abbiamo chiesto a Sandro Cinquetti, Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda ULSS 1 Dolomiti, in una intervista telefonica che riportiamo di seguito:

“Il Covid-19 è stato un evento epidemico così importante da aver rimesso al centro dell’attenzione il rischio infettivo come un rischio reale, presente, possibile e non contrastato, almeno fino ad ora, da sistemi né vaccinali né terapeutici decisivi. Molto di quello che riguarda il senso di aver sconfitto le malattie infettive deriva dall’ampia disponibilità di armi terapeutiche e dall’ampia disponibilità di vaccini. In questo caso ci troviamo di fronte a una malattia che non ha, come nel 500 o nel 600, né una terapia né una vaccinazione in grado di combatterla efficacemente. Personalmente, credo che la richiesta dei cittadini di protezione nei confronti delle malattie infettive aumenterà per effetto del Covid-19. In questo momento siamo ancora in una fase di riorganizzazione in cui l’accesso ai Servizi Sanitari è più difficile e può creare qualche ostacolo, ma in generale i cittadini chiederanno più protezione, sia di carattere generale, quindi Servizi più efficienti nel tracciamento dei contatti e come piano di contenimento infettivo generale, sia per quanto riguarda le vaccinazioni, che penso che beneficeranno di questo clima. Vediamo segnali molto positivi, ad esempio, per quanto riguarda l’adesione al vaccino anti-Pneumococco e lo vedremo tra poco in occasione del vaccino anti influenzale.

I MODELLI ORGANIZZATIVI “ALTERNATIVI”

“Non c’è dubbio che per offrire efficacemente e adeguatamente le vaccinazioni ai nostri cittadini bisogna ripensare i modelli organizzativi almeno in questa fase Covid-19 “attiva”. In generale in Italia le vaccinazioni per la fascia di età 0-6 anni non si sono interrotte ma si sono registrate flessioni nelle coperture sia per difficoltà dei servizi (impegnati sul Covid-19) ad erogare le vaccinazioni con la dovuta continuità sia per difficoltà o preoccupazione dei cittadini a recarsi con i propri figli nei servizi vaccinali ordinari. Sia per la fascia 0-6 anni, quindi per recuperare queste coperture mancanti, sia per le fasce di popolazione di età superiore (ad esempio la fascia dei 12enni e dei 14enni), ma anche per la vaccinazione Herpes Zoster, Pneumococco e antinfluenzale, non c’è dubbio che il modello ambulatoriale classico deve essere ripensato, sia perché i cittadini vengono malvolentieri nei nostri servizi (in parte anche giustamente), sia perché occorre ridurre l’occasione di contatto tra personale sanitario e cittadini ai casi assolutamente indispensabili. E dal momento che per le vaccinazioni esistono modelli organizzativi alternativi praticabili, bisogna percorrerli.

Si potrebbe riprendere in considerazione la vaccinazione a scuola. È un sistema che veniva usato 50-60 anni fa e che è stato progressivamente abbandonato. Ma oggi arrivare nel contesto scolastico con una squadra ben formata e adeguatamente gestita permetterebbe di ridurre di molto lo spostamento di genitori e figli verso le strutture sanitarie.
L’altro modello organizzativo è la vaccinazione in grandi spazi, sia sanitari (ad esempio, i centri prelievi che nel pomeriggio sono liberi), che extra-sanitari, come ad esempio le palestre, i grandi centri sportivi, e i centri di aggregazione sociale. In questi casi occorre implementare un modello organizzativo che prevede la vaccinazione di grandi numeri (ci sono già esperienze simili nel territorio, ad esempio nel Trevigiano). L’esperienza sulla quale personalmente ho lavorato in maniera più intensa in provincia di Belluno è quella del modello Drive-In: sulla base di alcune esperienze internazionali, abbiamo modificato il sistema tamponi per applicarlo alle vaccinazioni. In questa modalità sono state somministrate 12.000 dosi di vaccino anti-TBE nel bellunese. Il sistema Drive-In è un sistema molto sicuro perché, per definizione, permette di non determinare assembramento, e permette di eseguire la procedura senza che vi sia contatto significativo tra operatore e utente. Dopo l’iniezione il soggetto in auto deve attendere 15 minuti in una zona di sosta riservata e sorvegliata.”
Modelli alternativi di somministrazione di procedure diagnostiche a cui, se non si fosse verificata l’emergenza Covid, nessuno avrebbe pensato di ricorrere. Un altro esempio di come una drammatica sfida sanitaria, se colta nella maniera giusta, potrebbe tramutarsi in una opportunità di miglioramento di assistenza per le persone.

Last modified: 7 Ottobre 2020