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The Social Dilemma: i social media manipolano le persone a fini commerciali?

Persone, Dr Movies|

Solo due tipi di industrie si riferiscono al loro cliente come ‘utilizzatore’: quella delle droghe e quella dei software

“Che colore deve avere la posta in arrivo?” “Che aspetto deve avere una notifica?” Quando Tristan Harris lavorava al team di Gmail per Google trascorreva una quantità di ore infinita, in quanto designer di quell’app, a discuterne con i colleghi per definirne alcuni aspetti. Nessuno di questi però riguardava la possibilità di ridurre la dipendenza da email, da cui lo stesso Harris si sentiva affetto. Cominciò allora a lavorare a una presentazione in PowerPoint da inoltrare al suo team in cui si chiedeva quanto fosse etico che “50 designer bianchi tra i 20 e i 35 anni, in California, stavano prendendo decisioni che avrebbero avuto effetti su due miliardi di persone”, con la conseguenza che quei due miliardi di persone avrebbero avuto pensieri che non intendevano avere perché a Google qualcuno aveva deciso che le notifiche dovevano apparire sullo schermo che li sveglia al mattino.
Quella presentazione arrivò persino sulla scrivania di Larry Page (il fondatore, insieme a Sergej Brin, di Google). Non si parlò d’altro per settimane e poi… il silenzio.
Eravamo convinti che il problema risiedesse nei nostri dati, nella nostra privacy mal tutelata. E invece il problema maggiore sembrerebbe essere nella capacità che questi mezzi hanno di cambiarci lentamente ma inesorabilmente. Cambiano il nostro modo di vedere il mondo, cambiano i nostri gusti, le nostre preferenze, inducono bisogni che non avremmo mai avuto. Per farlo però devono tenerci lì, con lo sguardo sul monitor, e lo fanno sfruttando il sistema di ricompensa umano e creando in noi un tipo di dipendenza simile a quello delle droghe. Intercettano i nostri momenti di noia, quelli in cui prendiamo il nostro cellulare in mano e scorriamo verso il basso la schermata per aggiornare il social. Analogamente (e non è un caso che il gesto sia lo stesso) a quello che può succedere dopo aver abbassato la leva della slot machine, può apparire una nuova notifica (un commento, un nuovo “mi piace”, un “tag”, un “cuoricino”) e il nostro cervello rilascia una scarica di dopamina. Appagamento immediato, con il minimo sforzo. Finito il suo effetto, ne cerchiamo ancora.

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Da “utilizzatori”, tendiamo a minimizzare il problema. Regolarmente sottostimiamo il tempo trascorso sul cellulare, e rivendichiamo il nostro potere sul mezzo. Siamo convinti di avere la maggior parte del controllo e di scelta nel momento in cui decidiamo di cliccare o meno, leggere o meno, scorrere di fermarci su una o l’altra immagine che il feed di Facebook, o Instagram, ci propone. Invece no. Tutto quello che vediamo è specificatamente stato scelto da un algoritmo per noi. Solo per noi. Un algoritmo che, in base a tutte le nostre azioni precedenti (quanti like abbiamo messo, quanti secondi ci siamo soffermati su una immagine, quali tweet abbiamo ricondiviso, su quali link abbiamo cliccato per approfondire, ecc. ecc.) sa bene che se ci sottopone un certo tipo di contenuti noi non ce ne andremo da lì. Perché ciò che interessa ai social network è non perdere il contatto visivo, non farci allontanare dallo schermo (si chiama “economia dell’attenzione”). Noi, le persone grazie alla cui attenzione vendono spazi pubblicitari alle altre aziende. E non cedendo i nostri dati. Ma dicendo a quelle aziende di poter prevedere cosa ci piacerà. E la maggior parte delle volte hanno ragione.
Dalle visioni funeste di Jaron Lanier (uno dei critici più duri dei social media ma anche inventore della realtà virtuale) e Shoshana Zuboff (a lei dobbiamo il concetto di “capitalismo della sorveglianza”) alle testimonianze di chi ha lavorato in posizioni apicali a Google, Facebook, Instagram, Twitter e Pinterest, The social dilemma (di Jeff Orlowski, disponibile su Netflix) tralascia (volutamente) tutto ciò che di positivo i social permettono (ad esempio, la grande potenzialità di diffusione di movimenti come Black Lives Matter) e si chiude anche con alcune possibili soluzioni, che hanno tutte a che fare con il bisogno di imporre regole e limiti a un modello di business profondamente “sbagliato” e che ha trasformato in distopia la meravigliosa utopia della Silicon Valley.
In attesa che questo momento arrivi, se volete, potete cominciare proprio dal vostro smartphone.

Last modified: 7 Ottobre 2020