Tre mesi di Immuni: è davvero un flop?

Persone, Tech no tech| A cura di Cristina Da Rold

Tra diffidenza, timori legati alla privacy e digital divide, cerchiamo di fare il punto sulla app consigliata a livello nazionale.

Da giugno c’è la possibilità di installare Immuni, la app scelta dal Governo per contribuire alle misure di intercettazione delle reti di contatti di persone risultate positive al Covid-19, che potrebbero esserlo a loro volta. L’avvertimento iniziale era di scaricare la app, perché solo se avessimo raggiunto una certa percentuale di popolazione coinvolta, l’azione di Immuni sarebbe stata significativa a livello di sanità pubblica. La prima stima, ad aprile, diceva che avrebbe dovuto scaricarla almeno il 60% degli italiani. In realtà, si sarebbe trattato di un errore di calcolo (piuttosto rilevante, invero), stando a quanto riporta una ricerca ancora in pre-print dell’Università di Oxford, che stima che per una resa efficace della app basterebbe che la scaricasse il 15% della popolazione italiana.
Il risultato è che a oggi i download sono circa 6.3 milioni, che corrispondono al 10% circa della popolazione e al 16% dei cellulari di ragazzi con più di 14 anni. La app è scaricabile a partire dai questa età con l’autorizzazione dei genitori, perché è quella l’età per stipulare un contratto telefonico. Ma chiaramente se un ragazzo con meno di 14 anni possiede uno smartphone, i genitori possono scaricarla e permettergli di usarla.
Secondo un’analisi condotta da Wired Italia, a partire dalle statistiche Istat al primo gennaio 2020, mancherebbero all’appello ancora 3,8 milioni di persone per arrivare a questo 15%, con differenze regionali importanti. Recentemente sono stati diffusi dal Ministero della Salute i dati dei download regione per regione: al Centro Nord oltre il 10% della popolazione ha scaricato Immuni, mentre al sud ci si ferma alla metà, con un minimo del 5,4% in Sicilia. Dal 1° giugno sono stati 221 gli utenti positivi che avendo Immuni hanno caricato le loro chiavi nel backend (21 a giugno, 38 a luglio e 96 in agosto, e 66 nei primi 10 giorni di settembre). Le notifiche vengono registrate solo dal 13 luglio e finora ce ne sono state 3080, di cui 1202 solo nei primi 10 giorni di settembre.
Otto casi positivi avevano già ricevuto la notifica di alert da Immuni essendo stati contatti stretti di altro utente positivo che aveva Immuni, il che significa che sono stati bloccati otto potenziali focolai.

Mai nessuna app è stata più scaricata

Sono sufficienti questi dati per affermare che Immuni è un flop? Prima di avanzare giudizi affrettati è bene sottolineare due aspetti: l’accelerazione che ha avuto Immuni con l’inizio della scuola e il fatto che comunque nessuna altra app in Italia (tranne le app dei social media, si intende) è mai stata scaricata così tanto in un arco di tempo così limitato.
“Solo nella prima settimana di lezione abbiamo registrato 500 mila download, un numero molto alto rispetto ai mesi passati” ci racconta Paolo De Rosa, CTO del
Dipartimento per la Trasformazione Digitale “È vero che rispetto ad altri paesi Immuni è stata meno scaricata durante l’estate, ma stiamo assistendo a un incremento sostanziale, un cambio di passo”.
Al momento tuttavia non è possibile sapere quanti utenti che hanno scaricato Immuni la utilizzano effettivamente, tenendola sempre attiva senza disattivare le notifiche.

Le paure

Come è facilmente immaginabile, sono molte le istanze che si sono levate contro questa richiesta, sia con domande lecite (questioni legate alla privacy, allo stoccaggio dei dati, alla possibilità di intercettazione), che con chiusure dettate da una scarsa fiducia nell’Istituzione, anche rispetto all’effettiva esistenza di un’emergenza sanitaria. Poi ci sono stati i problemi tecnici: Immuni non funzionava su tutti gli smartphone.
La app ha un fortissimo connotato etico: è una gentile richiesta. Per tutelare al massimo la libertà dei cittadini, Immuni c’è, la puoi usare ma non devi necessariamente farlo, se non lo fai nessuno ti dice nulla, se la scarichi non ricevi nessun “premio”, se non la consapevolezza di aver contribuito a individuare un possibile focolaio e il vantaggio di essere testato se dovessi ricevere una notifica.

Il punto centrale poi è che Immuni da sola non serve a nulla, se non si inserisce all’interno di un coordinamento complessivo con gli altri tasselli della strategia nazionale sanitaria per il tracciamento contatti, a partire dal monitoraggio tramite telefonata giornaliera dei quarantenati a domicilio per sapere se compaiono sintomi oppure no, e se quindi bisogna procedere con il tampone. “La più grande paura delle persone è quella di finire in quarantena magari senza essere mai positivi, rischiando di avere problemi sul lavoro” racconta De Rosa. Non è un problema da poco. La procedura dove essere la seguente: l’ASL competente, allertata dal medico, deve prescrivere solo 14 giorni di isolamento contati a partire dal giorno di rilevato contatto a rischio; e il tampone solo in presenza di sintomi, da accertare contattando telefonicamente quotidianamente la persona. Il punto è che ogni ASL può contare su risorse diverse, ha messo in piedi infrastrutture diverse, e il risultato sono tempistiche diverse per l’esecuzione dei tamponi e il monitoraggio telefonico.

Un altro aspetto che entra in gioco è la diffusa sottostima del problema Covid-19. Sappiamo, e la manifestazione romana di inizio settembre ne è stato un esempio, che esistono diversi gruppi e movimenti che sostengono che il Covid-19 non sia una reale emergenza sanitaria, e alcuni addirittura che il virus stesso non esiste.

Poi c’è la privacy: in tanti non si fidano, hanno paura di essere tracciati, spiati.

In realtà Immuni non raccoglie dati su dove siamo, ma solo il codice pseudo anonimizzato della persona eventualmente positiva con cui siamo entrati in contatto, un codice casuale che cambia numerose volte ogni giorno. Il sistema di contact tracing sfrutta la tecnologia Bluetooth Low Energy e non raccoglie dati di geolocalizzazione di alcun genere, inclusi quelli del GPS. Certo, siamo davanti a un’impasse. Sta a noi ricordarci dove eravamo, con chi e per quanto tempo siamo stati in contatto con quella persona. Il problema di fondo qui è la fiducia nei confronti dell’istituzione. Chi non si fida della buona fede di quest’ultima non si convincerà di certo leggendo le rassicurazioni sul sito web di Immuni, o del Ministero della Salute. In ogni caso dal punto di vista tecnico Immuni è stata da subito trasparente. I dettagli sono tutti pubblicati e aggiornati sulla piattaforma GitHub e sono consultabili da chiunque.

Perché scaricarla (come aiuti la Regione ad avere la situazione sotto controllo)

Il paragone più rilevante è quello con la relativa app di tracciamento contatti tedesca, che si basa su una struttura simile alla nostra, ma in realtà solo Immuni e, parzialmente, la app irlandese raccolgono il dato sulla provincia di residenza, permettendo di capire come vanno le cose in ogni provincia (numero e localizzazione di nuovi focolai) producendo degli “analytics”. I dati anonimizzati degli utenti vengono inviati al Ministero della Salute (l’unico titolare dei dati e l’unico che può vederli) che a sua volta produce bollettini settimanali che invia alle Regioni, dato che la sanità italiana è coordinata a livello regionale. “Tutto questo può aiutare le regioni a essere meglio preparate a intercettare focolai in luoghi ad elevata vulnerabilità” spiega De Rosa. Insomma: a fare epidemiologia. “Possiamo capire su base territoriale quante notifiche sono state generate in un solo giorno e quindi – sulla base di serie storiche che il Ministero della Salute sta costituendo in queste settimane – stabilire se c’è in atto un incremento in una data provincia e stimare un trend in termini di nuovi positivi nei giorni successivi, allertando e preparando il sistema sanitario alle opportune risposte.”

“Tutto questo avviene su base volontaria – aggiunge De Rosa – nel senso che l’utente è informato di questo e dà il consenso quando scarica la app”. Inoltre, questi dati rimangono sempre in possesso solo del Ministero della Salute, non di Apple o di Google.

Le prossime novità

La prima grande novità riguarda l’interoperabilità con le altre app europee. L’Italia fa parte di un gruppo di nazioni pilota che entro ottobre – assicurano dal Dipartimento – garantirà l’interazione fra Immuni e le altre app europee. Recandosi all’estero la nostra app dialogherà con le app degli smartphone di Finlandia, Portogallo, Svizzera, Austria, Polonia, Germania, Estonia, Lituania e Irlanda, notificandoci anche nel caso in cui la persona di un altro paese dell’Unione Europea, rivelatasi positiva, non aveva Immuni ma un’altra app di contact tracing. L’obiettivo è estendere l’interoperabilità con tutti i paesi europei che hanno un’app con sistema decentralizzato. Solo la Francia ha preferito scegliere una app con sistema centralizzato che quindi non può dialogare con Immuni. Lo stesso meccanismo varrà anche per gli stranieri europei che arriveranno in Italia, naturalmente. In realtà comunque Immuni è da sempre scaricabile da chiunque, anche dai turisti stranieri momentaneamente in Italia. È sufficiente indicare il domicilio prevalente nel periodo in cui si soggiorna nel nostro paese.

“Un’altra novità delle prossime settimane – continua De Rosa – è che stiamo per rilasciare una dashboard pubblica per i cittadini sul sito web di Immuni con tutti i dati in tempo reale sulla app.”

“Al momento è presto per capire se è un flop, forse potremo fare delle valutazioni fra qualche anno. Ciò che è certo è che lo strumento funziona perché in Italia vengono individuati e spenti grazie a Immuni nuovo focolai ogni giorno.” conclude De Rosa. “Ogni download in più è un aiuto per supportare i nostri sistemi sanitari nella lotta alla diffusione del Covid-19”.

Last modified: 6 Ottobre 2020