Resilienza: sostantivo femminile

Resilienza| A cura di Cristina Da Rold

Non abbiamo bisogno di progetti “in rosa” ma multicolore, che sappiano misurare a 360 gradi l’impatto della pandemia sulla realtà femminile nel mondo, sia direttamente in termini di contagi e accesso ai servizi, che indirettamente come impatto sull’istruzione e sull’occupazione delle donne.

Il concetto di resilienza è fondamentale in politica e in sanità pubblica, e la condizione delle donne è un pilastro in tal senso. Di recente la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato un lungo articolo che esamina le conseguenze a breve, medio e lungo termine di questa pandemia sulla salute di mamme e bambini, spiegando che cosa è accaduto dopo i precedenti shock socioeconomici, come la crisi del 2008. Le crisi portano con sé effetti a breve termine, come una più alta mortalità materna e neonatale, una maggiore prevalenza di parti pretermine e di bambini nati sottopeso; e a lungo termine, come una maggiore incidenza di malattie croniche nel corso della vita, sia della mamma che del bambino.

L’articolo in questione cita una stima pubblicata il 23 marzo scorso che suggeriva che ogni mese di blocco potrebbe ridurre il PIL dei paesi ad alto e medio reddito del 2,5-3%. Il problema è che questo genere di stime non tiene conto dell’impatto differente sul lavoro maschile e femminile. Il PIL non include il lavoro non retribuito come il lavoro di cura e la produzione di cibo. Si conta che l’economia informale rappresenti il 60% della forza lavoro globale nei paesi più poveri.

LE DONNE MUOIONO DI MENO DI COVID-19?

Lo scorso agosto The Lancet Infectious Diseases pubblicava un altro articolo, dal titolo “The indirect impact of Covid-19 on women”, l’impatto indiretto di Covid-19 sulle donne. “La distribuzione dei casi sembra essere pressoché uguale a livello globale; non sembra esserci una tendenza di genere in chi viene contagiato, anche se questo dato varia da paese a paese”, affermava Sarah Hawkes, docente di salute pubblica globale all’University College di Londra. “Eppure gli uomini presentano uno svantaggio sostanziale in termini di aggravamento della malattia”. Nella regione europea dell’OMS, gli uomini rappresentano il 57% dei decessi per Covid-19 nella prima ondata, e il 70% dei ricoveri all’unità di terapia intensiva. Quarantotto dei 55 paesi che hanno fornito dati disaggregati per sesso su Covid-19 mostrano decessi maschili proporzionalmente più alti tra i casi confermati.
Le ragioni alla base della disparità non sono ancora chiare. “Gli uomini muoiono prima delle donne in generale, quindi potrebbe darsi che Covid-19 esacerbi le differenze di mortalità sottostanti” suggerisce la professoressa Hawkes. È stato ipotizzato anche che SARS-CoV-2 induca una risposta immunitaria più potente nelle donne rispetto agli uomini. “Probabilmente è una combinazione di biologia e determinanti sociali della salute”, continua Hawkes. “Forse gli uomini che stanno morendo di Covid-19 hanno tassi più elevati di obesità, ipertensione, diabete e malattie polmonari, o potrebbero presentarsi più tardi all’assistenza sanitaria – tutte questioni di genere non solo biologia”.
Sono tanti “forse”: al momento è presto per avere risposte corroborate. Tutto questo filone di ricerca rientra nell’ambito della cosiddetta Medicina di Genere, per la quale peraltro l’Italia si è dotata di un piano consultabile a questo link. Sicuramente però morire di meno non significa essere più resilienti.

L’IMPATTO INDIRETTO DELLA PANDEMIA SULLE DONNE

“Quando pensiamo a una pandemia, dobbiamo distinguere tra ciò che deriva dall’essere infetti e ciò che deriva dall’essere colpiti dal virus”, sottolineava nell’articolo del Lancet Clare Wenham della London School of Economics and Political Science.
Ad aprile UN Women pubblicava un Policy Brief (cioè un vademecum di policies utili) dal titolo “The Impact of Covid-19 on Women” che esordisce in modo molto chiaro: “in ogni ambito, dalla salute all’economia, dalla sicurezza alla protezione sociale, gli impatti di Covid-19 sono esacerbati per donne e ragazze semplicemente in virtù del loro sesso”. Sebbene – come si è visto – i primi rapporti sull’impatto della pandemia rivelassero una maggiore incidenza di mortalità fra gli uomini, la salute delle donne generalmente è stata impattata più negativamente dalla riallocazione di risorse e priorità, compresi i servizi per la salute sessuale e riproduttiva. E questo è vero in particolare per le donne già ai margini. È un cane che si morde la coda: la pandemia sta aggravando le disuguaglianze preesistenti, esponendo le vulnerabilità nei sistemi sociali, politici ed economici che a loro volta amplificano gli impatti negativi della pandemia.
Parole? No, numeri. Le donne dai 25 ai 34 anni globalmente hanno il 25% in più di probabilità di vivere in estrema povertà rispetto agli uomini della stessa età. Le donne rappresentano il 70% del personale sanitario, soprattutto come infermiere, ostetriche e operatrici di comunità. Ma sono soprattutto la maggioranza del personale di servizio delle strutture sanitarie, come addette alle pulizie e alla ristorazione – e come tali hanno maggiori probabilità di essere esposte al virus. Il rapporto riporta in tal senso il dato italiano: esattamente due terzi del personale sanitario infettato durante la prima ondata della pandemia (10 mila persone) erano donne.
Le donne generalmente guadagnano meno, risparmiano meno e si devono maggiormente accontentare di lavori precari e sottopagati. Un rapporto dell’Institute for Fiscal Studies ha rilevato che le madri nel Regno Unito avevano 1,5 volte più probabilità dei padri di lasciare il lavoro o di perderlo durante il lockdown.

Il lavoro di cura non retribuito è aumentato, con i bambini a casa dalla scuola, maggiori esigenze di assistenza degli anziani. Si stima che globalmente le donne spendano 4 ore al giorno nelle faccende domestiche e nelle attività di cura, in media, rispetto a 1,7 ore al giorno impegate dagli uomini per le stesse faccende.
In questo contesto la chiusura delle scuole ha messo a dura prova la vita professionale di donne e ragazze: secondo dati UNESCO (aprile 2020) 1,52 miliardi di studenti (l’87% del totale) erano a casa, anche i figli di donne che non potevano scegliere di fare “smartworking” durante il lockdown, come chi doveva garantire i servizi sanitari di base. Negli Stati Uniti per esempio le donne costituiscono il 78% della forza lavoro ospedaliera, il 70% delle persone che lavorano farmacia e il 51% di chi lavora nei negozi di prima necessità.
Infine, la violenza di genere è cresciuta durante il lockdown, anche nel nostro paese. L’ONU stima che circa 243 milioni di donne abbiano subito abusi sessuali o fisici per mano del partner negli ultimi 12 mesi e molte di loro sono rimaste intrappolate per settimane con il loro aggressore. Entro una settimana dalla chiusura della Francia, le segnalazioni di violenza domestica erano aumentate del 30%. In Italia, secondo una recente rilevazione Istat da marzo a giugno 2020 il numero di richieste di aiuto per sé o per altri, arrivate al numero verde 1522 per la violenza e lo stalking sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2019 (+119%) e la crescita delle richieste di aiuto tramite chat è addirittura quintuplicata, passando da 417 a 2.666 messaggi.
In questa seconda ondata la situazione non pare migliorata. Non abbiamo ancora dati solidi a riguardo, dato che siamo solo a dicembre 2020, ma un’indagine pubblicata qualche settimana fa e condotta dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo (Università Cattolica) su 2000 giovani fra i 18 e i 34 anni, ha evidenziato che il 52% di queste ragazze dichiara un peggioramento della propria qualità della vita in questa seconda ondata di pandemia, rispetto al 45% dei maschi della stessa età. Le ragioni sono la crescete difficoltà di coordinare lavoro e famiglia, e in molti casi di riuscire a tenerselo un lavoro.
Le giovani donne sembrano mediamente più consapevoli del rischio reale di ammalarsi (sempre al netto del campione esiguo): l’80% di loro riconosce l’importanza di rispettare le norme per ridurre il contagio, contro il 72% dei coetanei.

LA RESILIENZA DELLE DONNE È DAVVERO UN VANTAGGIO?

La domanda è chiaramente provocatoria. Se è evidente che una maggiore capacità di adattamento e di reazione costruttiva può solo agevolare la vita nei momenti più difficili, insistere sul mantra della “forza delle donne”, sull’idea secondo cui la donna sarebbe “per definizione” più resiliente dell’uomo può anche essere una condanna. Un interessante articolo scritto ormai un anno e mezzo fa da Shani Orgad docente alla London School of Economics e Rosalind Gill, docente alla University of London, solleva un aspetto importante. “Nel nostro studio, abbiamo scoperto che nei media e nella cultura popolare le nozioni di resilienza sono sempre più rivolte alle donne, e che le donne della classe media in particolare sono presentate come in possesso delle cose necessarie per diventare resilienti con successo.” Le autrici individuano in particolare tre tratti centrali che caratterizzano l’ideale contemporaneo della donna resiliente, a partire dall’essere in grado di riprendersi indenne dalla catastrofe seguendo la guida di aforismi di auto-aiuto, come “avere fiducia in se stessa”, “rinunciare all’essere perfetta”, “essere adattabile al cambiamento” e “concentrarsi sulle cose buone”. Le riviste femminili sono una fonte particolarmente prolifica di questo tipo di esortazioni, facendo appello costantemente alle donne affinché aumentino la loro fiducia e costruiscano la propria resilienza nella carriera, nelle loro relazioni intime e sessuali e in relazione al proprio corpo. In secondo luogo – scrivono – i media ci insegnano che la donna resiliente riconosce il suo dolore e le sue lotte, ma ne parla come opportunità. “Non ti è permesso di soffermarti sui problemi: devi sempre trasformarli in un’opportunità per andare avanti.” In terzo luogo – concludono le autrici – la cultura contemporanea promuove l’idea che la resilienza dipenda dal favorire i sentimenti “positivi”, in particolare, l’amore per se stessi, la fiducia in se stessi, la fiducia, l’ottimismo e la gratitudine, mentre rinnega i sentimenti “negativi”, come il dolore, la tristezza, la disperazione e la rabbia. Affermazioni ispiratrici e motivazionali come “Never Give Up” sono sempre più abbondanti sulle piattaforme di social media e sulle app destinate alle donne.
È fondamentale sottolineare che questo ideale della donna resiliente si è fuso proprio in un momento in cui la precarietà e la disuguaglianza sono in aumento. Promuovendo l’elasticità, l’autoaffermazione e incoraggiando le donne a “lavorare su se stesse” e ad assumersi la piena responsabilità del proprio benessere, l’enfasi rimane tuttavia sullo sfruttamento delle risorse individuali per superare la precarietà, invece di incoraggiare a sfidare le fonti sociali e strutturali di crisi vissuta dalle donne.

Last modified: 23 Dicembre 2020